Quali felicità?

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E’ il Pil un indicatore attendibile/adeguato a ‘misurare’ la felicità delle società? Ecco una interessante riflessione di Emanuel Pietrobon, pubblicato su L’Intellettuale Dissidente.

Non condivido tuttavia il paragrafo conclusivo, in cui a mio parere si rischia di semplificare una questione che semplice non è, facendo oscillare il pensiero tra due alternative delle quali l’una viene presentata come a priori più ‘sana’ e preferibile dell’altra (come se, ad esempio, un avanzamento di carriera fosse, a prescindere, meno desiderabile rispetto ad una ‘culla piena’).

Le società del benessere si sono trasformate nelle società del malessere e ciascuno è complice nella misura in cui sceglie di comprare un abito costoso perché vi è intessuto sopra il nome di uno sconosciuto, prediligendo le domeniche ai centri commerciali anziché al parco, preferendo del cibo spazzatura ad una dieta sana, scegliendo un programma trash ad una buona lettura, vedendo nella droga o nel suicidio la soluzione ad un dramma esistenziale, e preferendo un avanzamento di carriera ad una culla piena.

Oltre che il rischio di semplificare un discorso storico-sociologico complesso, vi si scorge anche una velata colpevolizzazione, non soltanto nei confronti di chi opera una scelta a scapito di un’altra (un programma trash invece di una buona lettura), ma anche – più drammaticamente – verso coloro i quali agiscono la propria sofferenza esistenziale ricorrendo all’uso di droghe o suicidandosi.
Le dipendenze e gli atti suicidari andrebbero forse meglio inquadrati come assenza percepita di alternative possibili, in una società ‘a senso unico’, che ci prescrive come è opportuno essere, come vivere le proprie relazioni personali, cosa è opportuno indossare, guardare alla tv, come è meglio trascorrere il proprio tempo libero. Una società come la nostra, dunque, solo in apparenza democratica. O meglio, certamente più democratica e libera di altre, ma in cui la pressione omologante – agita non tanto da ‘influencers’, ma veicolata da più pericolosi messaggi impliciti – avanza imperterrita.

Facciamo quindi nostra la saggezza del fisico e filosofo austriaco Heinz von Foerster: “Agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta“.

Oggi più che mai se ne sente la necessità.

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Hip-hop: un gioco per crescere

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Iniziamo facendo coming out: adoro la musica black in generale, e quindi anche l’hip-hop. Non tutto, diciamo quello più ‘conscious’, ‘consapevole’, che tratta cioè di tematiche sociali e politiche. Premessa necessaria a comprendere come la curiosità che mi ha spinto ad avvicinarmi al libro “Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza” (Carocci, 2015), di Davide Fant (educatore, formatore e rapper) sia stata per prima cosa di natura personale e legata ad una passione che coltivo nel tempo libero. Passione che molto probabilmente ha spinto lo stesso autore a compiere questo interessante lavoro di studio, analisi, ricerca delle radici sociologico-antropologiche del rap (siamo nel brulicante micro-cosmo della New York a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, nei quartieri ghetto di Harlem e Bronx), e di approfondimento – teorico ed esperienziale – delle possibilità educative che questo genere musicale offre (con esempi di intervento attuati in scuole e centri di aggregazione).

Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci e semplificazioni: l’hip-hop è una micro-cultura, che come tale si fonda su valori e pratiche condivise e ben riconoscibili. Non si tratta soltanto di uno stile musicale, ma comprende al proprio interno quattro discipline artistiche, o ‘elementi’: breaking (la danza), DJing (il campionamento e la creazione delle basi musicali), MCing (la scrittura e la performance, talvolta improvvisata, di rime), writing (l’arte dei graffiti). Ciascun ambito viene approfondito ed esaminato con una sottolineatura sugli aspetti trasformativi, che offrono chiavi di lettura positive e strumenti comunicativi e relazionali efficaci: ad esempio, le opportunità di individuazione e auto-narrazione insite nella pratica dello scrivere e improvvisare rime. O ancora, il processo di decostruzione/ricostruzione delle lettere che compongono lo ‘street name’, nome d’arte spesso composto da caratteri di difficile decifrazione e come ‘urlato’ sui muri, sugli spazi pubblici della città, talvolta anche su treni e metropolitane: una sorta di rielaborazione identitaria e di comunicazione, sfrontata e orgogliosa, del proprio modo di essere, cangiante e in movimento.

Il tutto in un contesto di sfida positiva e motivante. Come accade nella danza, il breaking: dalla guerra tra gang alla competizione artistica tra crews, dalle risse all’utilizzo creativo del corpo.

Ora, al di là degli specifici temi trattati e delle numerose opportunità trasformative che l’hip-hop – inteso non soltanto come genere musicale ma come fertile canale espressivo/comunicativo – offre a giovani, adolescenti, e ai loro adulti di riferimento (genitori e familiari, educatori, insegnanti), credo che sia di fondamentale importanza ribadire il meta-messaggio di cui questo lavoro si fa portatore. E cioè la valorizzazione di un linguaggio nato come micro-cultura giovanile e come alternativa, sempre ‘di strada’ e ‘dal basso’, alle condotte sociali devianti e alla guerra tra bande: un caleidoscopico megafono in grado di far risuonare la rabbia, la delusione degli incompresi e degli emarginati, lo smarrimento ma anche l’energia e le risorse di una generazione … anzi, delle giovani generazioni.

Ciò dovrebbe aiutarci a comprendere quanto la duttilità dell’hip-hop come linguaggio capace di dare voce ai giovani sia uno strumento prezioso per costruire ponti di dialogo, offrendo autentici spazi di ascolto, accoglienza e non giudizio.

In quest’ottica risulta utile qualsiasi pratica creativa o linguaggio artistico-espressivo in grado di far parlare ragazzi e ragazze, giovani adulti, adolescenti, pre-adolescenti, laddove in particolare siano i comportamenti auto o etero distruttivi a prevalere, gli agiti, o ancora le saracinesche relazionali ed affettive, i silenzi assordanti.

Qualunque atteggiamento di autentico interesse e apertura nei confronti di ciò che appassiona un Altro è un movimento relazionale ed affettivo nei confronti di questo Altro, il quale si sentirà visto e confermato dal nostro sguardo. E, se questo Altro è un individuo in un percorso di evoluzione e cambiamento, ciò risulterà tanto più importante: uno spiraglio di fiducia e speranza da cui partire, una tenda piantata – alla giusta distanza – da quella, solitaria, del figlio o dello studente.

Lettura piacevole e interessante, consigliata anche ai ‘non addetti ai lavori’. Ovvero a tutti quei genitori, insegnanti, educatori che hanno guardato almeno una volta nella vita un videoclip di Sfera Ebbasta. Ma anche a chi, come me poco tempo fa, non lo conosceva.

Qui sotto invece andiamo con un classico, “An Open Letter to NYC” degli americani Beastie Boys. Buon ascolto e buona lettura.

 

Attualità del pensiero di Georges Devereux

Faccio nuovamente cross-posting proponendo un mio breve post pubblicato su un altro blog.

Texas, sparatoria al concorso di vignette (in negativo) su Maometto.

WASHINGTON – Sparatoria in Texas ad un concorso di vignette sul Profeta: due le vittime – gli assalitori – mentre un agente è rimasto ferito in modo lieve. Obiettivo il Curtis Culwell Center di Garland, sobborgo di Dallas, dove era in corso la «gara» promossa dall’American Freedom Defense Initiative che aveva offerto 10 mila dollari per il miglior disegno (in negativo) su Maometto. Un appuntamento a rischio, tanto è vero che gli organizzatori avevano ingaggiato una quarantina di guardie private. (LEGGI IL RESTO)

Continuo a rimanere attonita dinanzi a tanta e tale stupidità, né riesco a vedere o cogliere in cosa consista questa sbandierata (e vituperata) “libertà”. Una simile perplessità mi ha colpito, giorni fa, nel leggere il titolo – proposto da un’insegnante ad un suo alunno – di una tesina di terza media: “Il terrorismo e la difesa dell’identità”. Ho subito pensato, quale identità? Di che si tratta? E l’identità di chi, poi?

Le intuizioni – purtroppo in Italia non granché diffuse, se non entro specifici settori della salute mentale – di un grande antropologo e psichiatra, Georges Devereux (nato Georgy Dobo), fanno molto riflettere in tal senso, mostrandosi in tutta la loro attualità e risuonando (oggi, 4 maggio 2015, alla luce dei recenti fatti di cronaca) come un inquietante presagio.

L’oggetto di questo studio è la fantasia che possedere un’identità sia un’autentica arroganza capace, automaticamente, di incitare gli altri ad annientare non solo questa identità ma anche l’esistenza stessa del presuntuoso per mezzo, in genere, di un atto di cannibalismo che trasforma il soggetto in oggetto“.

— GEORGES DEVEREUX (da una conferenza tenuta a Parigi nel 1964, dal titolo “La rinuncia all’identità: difesa contro l’annientamento”).

Pensare l’impossibile

Faccio un po’ di cross-posting proponendo un mio articolo pubblicato su un altro blog, scritto il 26 gennaio scorso. Buona lettura!

D’accordo. L’unico Roth che un poco conosco e che ho letto è il Joseph de La Leggenda del Santo Bevitore e de La Cripta dei Cappuccini. Purtroppo non sono per nulla familiare con l’opera di Philip Roth; cercherò di rimediare, per quanto mi sarà possibile.
Ma quando leggo articoli come quello di Pierluigi Battista uscito su Corsera di oggi – “Gli anticorpi liberali che ci difendono contro la censura”, inizio in prima pagina e continuazione a pagina 25 – non riesco a reprimere un moto di frustrazione e fastidio. A maggior ragione in un momento storico come questo in cui, visti i recenti avvenimenti – ISIS, ostaggi barbaramente uccisi in mondovisione, attentati terroristici a Parigi – si tende a fare abbuffate bulimiche di bei paroloni, usati spesso a sproposito per colmare una mancanza di idee realmente nuove e creative, e forse, anche, per riempire un vuoto identitario che è tutto nostro, dell’occidente. Finché ci si trincera dietro a slogan e ad espressioni astratte come “i nostri ideali”, “libertà”, “giustizia”, “libertà d’espressione”, “pace”, “dialogo”, “integrazione”, cercando di spiegarli e di dare loro un senso ritornando tautologicamente alle parole stesse, certo di passi avanti non possiamo sperare di compierne. Reali passi avanti. Di sicuro ci si sente più vicini, con la sensazione di appartenere, di essere tutti membri della medesima civiltà, al di là delle differenze etniche e religiose – vedi manifestazione parigina dell’11 gennaio – a fare fronte comune contro il “Terrorismo” e i “Nemici della libertà”.
Senza dubbio, però, fintanto che non ci si mette in questione in prima persona, compiendo un sano, utile (ma ahimè inusuale) atto di auto-osservazione, non possiamo davvero interrogarci sul significato che hanno per noi quelle parole e quei valori, e per noi in relazione ad altri, popoli, paesi, culture. “Altri” che entrano nelle nostre case e nelle nostre vite in maniera più e meno pacifica. Si parla tanto di ‘dialogo’ ma ho come l’impressione, sempre più viva, che tale dialogo si risolva per lo più a favore di uno solo degli interlocutori, di una delle metaforiche parti in causa. E allora non è più dialogo. Però diciamocelo.
Nell’articolo citato, facendo riferimento all’episodio dello scrittore ebreo Philip Roth, accusato nel 1959 di antisemitismo a motivo del contenuto di alcuni suoi romanzi (accusa giunta dallo stesso mondo ebraico, e forse anche comprensibile se consideriamo il periodo storico immediatamente post-Shoah, Norimberga, creazione dello Stato di Israele), si parla di “dialettica tra oltraggio e difesa di un’identità religiosa, tra trasgressione e desiderio di far rientrare nei ranghi l’eretico”. Tuttavia, quando l’ho letto, ho avuto la forte sensazione che l’autore utilizzasse alcuni termini – “dialettica”, “e/e” – ma senza realmente credere nel loro significato. O meglio, intendendo implicitamente un “o/o”, e schierandosi apertamente in difesa di una delle due polarità. Come detto sopra, ‘parole parlate’ e non significate.
Io credo che la libertà sia un concetto e un ideale bellissimo, in nome del quale sono state combattute migliaia di battaglie e sono stati versati fiumi di sangue (abito in Lombardia, e l’espressione “Se non fosse stato per gli americani, ora qui parleremmo tutti tedesco” mi è molto familiare). Ma la “libertà”, in quanto idea, valore, sentimento, può essere declinata in innumerevoli modi diversi, a seconda degli ambiti della vita, dello status socio-economico degli individui, del periodo storico, del contesto territoriale, geo-politico e culturale. Più che di valori universali preferisco pensare ad “universi di valori”: ideali che hanno una storia, sono ben piantati in un contesto sociale, culturale e storico, configurandosi come locali.
A mio parere, se non partiamo da questo primo riconoscimento diventa poi difficile ammettere che all’interno di un dialogo autentico e di una vera dialettica uno dei due punti non si elida a favore dell’altro. Si dialoga quando, come interlocutore, mi muovo davvero verso l’altro e cerco di immaginarmi le sue ragioni, ascoltando quel che ha da dire, e facendovi spazio dentro di me. Non è semplice, anche perché non siamo abituati a farlo, così preoccupati di dire la nostra e di “chiarire all’altro le nostre ragioni”, occupandoci solo di controbattere e di legittimare la nostra visione delle cose.
Ma quale “altro”, se non lo ascoltiamo e non lo riconosciamo come interlocutore degno di un confronto? In questo modo, finisce che ce la suoniamo e ce la cantiamo. Ma di certo non dialoghiamo. Monologhiamo, caso mai, in maniera etnocentrica. E questo “altro” non deve essere necessariamente di un’altra etnia o provenienza geografica, può anche incarnarsi nel volto del vicino di casa, del collega di lavoro, di quello – amato – di un amico o di un familiare. Per questo, qui accanto, nello spazio virtuale del mio blog e mentale del mio sentire, ho sentito l’urgenza di affiancare alla frase di George Orwell sulla libertà (per lui coincidente con la libertà di espressione e scrittura) quella di Bergoglio sul tanto chiacchierato “pugno”. Perché è nella loro coesistenza che tento di trovare una o più chiavi di lettura a quel che sta accadendo, e non nell’esaltazione fanatica e a senso unico di concetti e ideali – pur positivi e degni – che però fanno riferimento ad un solo modo di vivere la vita, ad un unico universo di valori, con l’esito di un appiattimento delle differenze in nome di una sbandierata (e consumata, poverina) “libertà”.
A proposito dell’India Tiziano Terzani ci ricordava che “Col suo solo esserci […] rammenta a noi occidentali che non tutto il mondo desidera quel che noi desideriamo, che non tutto il mondo vuole essere come noi siamo”; e, riguardo alla guerra combattuta dagli Stati Uniti insieme agli ‘alleati’ in Afghanistan dall’ottobre 2001, ci ricorda ancora – e ne abbiamo tanto bisogno – che “[…] chiamiamo realtà quel che percepiamo attraverso i nostri sensi, i nostri pregiudizi e le nostre idee fisse”.
Come diceva ancora Terzani, mi rendo conto al contempo di quanto sia semplice la posizione di ‘osservatori pensanti’ non obbligati a prendere delle decisioni che avranno un effetto, sempre imprevisto e non prevedibile, su sistemi più ampi.
Per quel che può valere, sulla scrivania di casa ho Shah-In-Shah di Ryszard Kapuscinski, Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani e Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, oltre ad un’edizione tutta sciccosa di 1984 che ammicca dalla mia mensola, accanto a Fahrenheit 451 del caro Bradbury. Pur nella diversità di contesti, tempi e periodi storici che attraversano (e che li attraversano), queste opere non cercano di ridursi l’un l’altra in cenere. So che, purtroppo e per fortuna, gli individui e i sistemi umani sono ben più complessi. Ma, come si diceva all’inizio, forse è il caso di accogliere come un dono tale complessità, che non è sinonimo di relativismo ma di riconoscimento della differenza e autentica disponibilità al confronto aperto, che prevede l’ascolto dell’Altro, ma anche e in primo luogo l’osservazione critica di se stessi. Osservazione che, ricorsivamente, può essere compiuta solo in relazione ad un Altro diverso da me, che mi rimanda e mi ricorda la nostra diversità e quindi mi parla, in una certa misura, anche di me.
D’altra parte, i libri sono ‘soltanto’ libri, carta stampata o bytes su un computer, e diventano vivi solo in relazione con un lettore o con un pubblico di lettori. Soltanto, dunque, all’interno di un dialogo autentico, le idee, i sentimenti, le storie in esso contenuti prendono vita e possono sperimentare il sogno di coesistere civilmente e creativamente nella testa e nell’immaginazione di chi legge. Contaminandosi, ibridandosi e dando origine a forme nuove. Noi, insieme ai nostri amati libri.
Concludo lo sproloquio con una domanda, che per prima rivolgo a me stessa: c’è davvero qualcosa o qualcuno da cui dobbiamo difenderci?
NOTA: le immagini qui riportate sono opera di un grande “pensatore dell’impossibile”, Maurits Cornelis Escher.