Un sogno a colpi di frusta

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“Whiplash” (D. Chazelle, 2014) è un film che per più di un motivo mi aveva incuriosito, sin dalla sua uscita. Finalmente sono riuscita a vederlo.

Innanzitutto il tema musicale: ambientato allo Shaffer Conservatory di New York (una scuola di musica inventata), narra la storia di Andrew, diciannovenne che vive in funzione di un sogno, ovvero diventare un novello Buddy Rich, uno dei batteristi più tecnici, veloci e potenti della storia del jazz.

Ad essere sincera, le immagini del trailer con il sangue che sgorga dalle mani del giovane protagonista, schizzando sulle pelli e sui piatti, mi hanno riportato a quei cartoni animati giapponesi che tanto catturavano me ed i miei coetanei negli anni ’80, ed aventi come argomento una passione al limite dell’abnegazione per uno sport (tendenzialmente la pallavolo, che difatti in quegli anni fece il botto in quanto a nuove iscrizioni in centri e palestre).

Ho letto alcune recensioni di “Whiplash” in rete, su siti sia italiani sia americani, e sono rimasta colpita dal fatto che il gradimento generale del film da parte del pubblico di internet (quello, per essere chiari, che si abbevera a Internet Movie Database e Rotten Tomatoes) pare inversamente proporzionale ai giudizi della critica. I giornalisti parlano per lo più di un film bello sul piano tecnico-estetico, ben recitato e costruito: un prodotto ottimamente confezionato ma che lascia sostanzialmente freddi. Qualcuno lo ha definito “ideologicamente sbagliato”, o persino (si era nel febbraio 2015, in pieno gossip pre-Oscar di quell’anno) simbolo di un certo estremismo politico.

Ora, al di là delle ideologie e dei possibili riferimenti politici, mi piacerebbe tentarne una lettura sul piano psico-educativo. Sì, perché alla base del film c’è un rapporto che qualcuno, negli articoli poco sopra, ha battezzato come sadomasochistico, e che io definirei piuttosto come ‘perverso’, tra un allievo e il suo maestro.

L’insegnante, il signor Fletcher, è una figura inavvicinabile, che difficilmente gli allievi osano sfidare, anche soltanto incontrandone lo sguardo. Non ha semplicemente uno stile autoritario: pare che il provocare i suoi studenti sino all’umiliazione e al maltrattamento psicologico rappresenti una strategia sadica volta ad un fine, cioè quello di scovare, o meglio plasmare, la pepita d’oro in mezzo a volgari pezzi di ferro. Ma, si badi bene, tutto ciò non perché guidato da una missione estetica o educativa, quanto da un bisogno narcisistico di sentirsi una sorta di Dio, il “creatore” di un talenti destinati a passare alla storia.

 

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Andrew sembra essere l’unico con la forza d’animo e il coraggio di tenergli testa, di non abbattersi, ed anzi, raccogliere la sfida di Fletcher, il quale di rimando gliene combina di tutti i colori: illudendolo, manipolandolo, affiancandogli rivali mai realmente tali al solo scopo di aumentarne il livello di ansia e frustrazione. Nonostante ciò, il ragazzo accetta la sfida del suo insegnante in maniera così totalitaria da (nell’ordine): farsi terra bruciata in quanto ad amici e fidanzata; rischiare la vita; aggredire il maestro nel pieno di una esibizione; mettere a repentaglio il proprio progetto.

Il film, tuttavia, non rende partecipi del furore, della passione, del sacrificio di chi, nel pieno della giovinezza e adolescenza, lotta per inseguire un proprio sogno. O meglio, lo fa ma in modo piatto, senza mai davvero entrare nel tessuto emotivo della questione: come diceva uno degli articoli sopra citati, il sogno di Andrew potrebbe benissimo riguardare il teatro, lo sport, la cucina, e non farebbe differenza alcuna. Viene concesso soltanto uno sguardo fugace nel momento in cui il ragazzo riprende vecchi filmati di sé da bambino, mentre si impegna a suonare con divertimento e piacere. Ecco che cosa ha perduto Andrew, e che cosa il suo presunto mentore non lo ha certamente aiutato a ritrovare.

A mio parere, un film che pure ho trovato gradevole come “Whiplash” rischia di veicolare un messaggio distorto se non pericoloso: si è legittimati a tutto, anche a mettere a rischio la propria vita e i legami con le persone significative, pur di raggiungere – in maniera arrogante, violenta e senza alcun rispetto per i desideri altrui – la propria meta. Non vi è nulla della sana aggressività e competitività che rappresentano dei carburanti importanti dell’agire. La sfida con l’insegnante-dittatore diventa emblematica della sfida interiore del protagonista, che avendo disconosciuto – gettandolo letteralmente nell’immondizia – il proprio Sé bambino, non fa che punirsi e castigarsi – a colpi di frusta, whiplash – in nome di quello che è diventato un imperativo, un ‘devo’, e non più il sogno innocente di un bambino.

‘Only the brave’, nel senso più deteriore del termine.

Povero Charlie Parker, tirato in ballo più d’una volta come simbolo di chi non si è lasciato scoraggiare mai, nemmeno dal tentativo di decapitazione con un piatto ad opera del batterista Jo Jones, arrabbiato con lui, all’epoca sedicenne, perché reo di non stare suonando come sapeva fare.

Fletcher si è però dimenticato di precisare che il gesto di Jo Jones era puramente istintivo. E che probabilmente Jones voleva davvero bene al giovane Charlie Parker.

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Shades of Blue

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Le blue notes sono note particolari che si trovano nel jazz e nel blues. Si tratta di note abbassate di un semitono, cioè suonate o cantate in maniera calante. Gli europei le battezzarono blue notes, cioè note tristi, per dare un nome al senso di nostalgia e straniamento che colpiva l’ascoltatore. Musiche così malinconiche, sospese, cariche di possibilità: concepite non nelle provette dei salotti ma a partire dallo sporco, dal sudore, dalle lacrime e dalla voglia di redenzione di un intero popolo, prima eradicato, poi venduto e schiavizzato, infine segregato.

Moonlight inizia sulle note della canzone di Boris Gardiner, “Every Nigger Is A Star”, un pezzo soul. Il primo ‘white man’ in Moonlight lo si vede, messaggio chiarissimo, verso la fine e fa la comparsa in un ristorante.

Tuttavia Moonlight è un film universale come pochi.
Violento come pochi. Delicato come pochi.
Le vicende narrate potrebbero rappresentare fatti e storie che avvengono ovunque: la violenza persecutoria del gruppo nei confronti del membro fragile/diverso, il tema dell’identità, della scelta, dell’affettività possibile in un contesto dove predominano il machismo, l’omofobia e l’enfasi sulla dimensione fisico-aggressiva come modalità comunicativa e di inclusione/esclusione.
Al contempo è un’opera estremamente radicata in un contesto storico e socio-culturale, parabola triste e poetica di un negletto tra i negletti.
Ambientato a Liberty City, periferia nord di Miami popolata per la quasi totalità da afroamericani e da immigrati di origine ispanica, con tassi di criminalità altissimi, Moonlight parla il linguaggio degli esclusi, dei non visti, di coloro che devono prima scendere all’inferno per poi, forse, trovare un’opportunità di riscatto e salvezza. A quale prezzo e con quali sacrifici sono il conto faustiano da aspettarsi in cambio.
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Blue songs are like tattoos
You know I’ve been to sea before
Crown and anchor me
Or let me sail away


Sceglimi, ancorami, o lasciami andare via sulle onde del mare.
Alla luce della luna i neri sembrano blu“, dice Juan al piccolo Chiron, poco prima di battezzarlo nelle acque dell’oceano e di farlo simbolicamente (ri)nascere. Il dono della vita insito nel gesto di qualcuno che, per la prima volta, ‘ci vede’.
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La luce della luna mette in risalto le sfumature: cadono maschere, ci si sente nudi e onesti. Senza paura di mostrarsi nelle proprie intime fragilità.
Blue here is a shell for you
Inside you’ll hear a sigh
A foggy lullaby
There is your song from me
 
Blue, eccoti il riparo di una conchiglia, dentro vi ascolterai un sospiro, una ninnananna caliginosa: la mia canzone per te. 
 
Blue di Joni Mitchell pare scritta apposta per seguire le tappe di questa educazione sentimentale.
Quali alternative, quali sentieri di crescita possibili in un mondo dove il maschile non sembra conoscere linguaggio altro se non quello dell’ostentazione distruttiva della legge del più forte, un maschile terrorizzato anche dalla sola idea di tenerezza, e che quand’anche conosca un linguaggio affettivo finisce per sporcarsi e per contraddirsi (Juan, un ‘deviante’ come miglior modello di riferimento disponibile)? Un mondo dove il femminile-materno non ne esce granché meglio, con una madre tossicodipendente e maltrattante ed un’altra figura, più positiva, che tuttavia non può accudire e proteggere sino in fondo (Teresa).
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Che persona voglio diventare?, sembra più volte chiedersi Chiron, in quei primi piani profondamente espressivi e dolenti di lui che si guarda allo specchio e vede un ragazzino perdente e perduto: naso rotto, sanguinante, volto che è un campo di battaglia di ferite, anche emotive, soprattutto emotive. La vergogna che si tramuta in rabbia, in quello che è lo snodo decisionale della storia.
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Hey Blue, here is a song for you
Ink on a pin
Underneath the skin
An empty space to fill in
Well there’re so many sinking now
You’ve got to keep thinking
You can make it thru these waves
Acid, booze, and ass
Needles, guns, and grass
Lots of laughs lots of laughs
Everybody’s saying that hell’s the hippest way to go
Well I don’t think so
But I’m gonna take a look around it though
Blue I love you


Hey Blue, ecco una canzone per te. Inchiostro su di un ago, sotto la pelle. Un vuoto da riempire. Tante, tante volte la sensazione di affondare, ma tu devi pensare che puoi farcela in mezzo a queste onde. Acido, alcool, sesso, aghi, pistole, erba, ma anche un sacco di risate. Tutti dicono che l’inferno è il posto più alla moda dove andare, beh io non ci credo, ma darò un’occhiata.
Blue, io ti amo.

Per fortuna, come nel jazz e nel blues le note blu aprono spazi di poesia in cui perdersi, respirare e ritrovarsi, anche Chiron si ricorda a un certo punto di essere, dopotutto, un centauro: corpo di animale ma cuore di uomo, che batte, e non si è ancora annerito del tutto.
Scopre, grazie allo sguardo di Kevin e al ricordo di una notte che si è impressa come un tatuaggio sulla sua pelle, di avere ancora (di avere sempre avuto?) il cuore blu.
Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l’aria entrava nella santa dimora di Dio.

– “Ragazzo negro”, Richard Wright