Lavorare con i figli di genitori separati: alcune osservazioni in merito al processo terapeutico

familyweek2015

Una piccola premessa relativa al setting. Come si può facilmente intuire, non esiste a priori un setting ‘migliore’: la sua adeguatezza deve essere valutata caso per caso, e di volta in volta all’interno di ciascun processo terapeutico, del suo andamento e delle criticità/potenzialità emergenti.

Personalmente, trovo utile lavorare con un’idea di setting flessibile, aspetto che diventa a mio modo di vedere ancor più rilevante con i figli di genitori separati in età scolare (mi riferisco, in questo articolo, alla fascia 6-11 anni): sedute individuali con i bambini, con momenti di osservazione e gioco congiunto genitore-figlio; incontri con entrambi i genitori (laddove ciò sia possibile in termini di conflittualità); eventuali incontri in cui il piccolo venga accompagnato da una figura adulta significativa (uno zio, un nonno, un fratello o sorella maggiore, etc.). Come si può notare, si tratta di un setting necessariamente frammentato: “separato”, o meglio, “doppio” o multiplo, se consideriamo che spesso il figlio o i figli hanno esperienza di case diverse, quella di mamma e quella di papà, hanno due diverse camere da letto, oggetti personali e giochi distribuiti in spazi e luoghi distinti. Ciò può rappresentare, per i bambini, una occasione di apprendimento e sviluppo di risorse in termini di flessibilità a contesti differenti, ma al contempo può essere fonte di ulteriore confusione e disorientamento.

Maurizio Andolfi, neuropsichiatra e psicoterapeuta familiare, sostiene che il bambino, manifestando sintomi di varia natura (da quelli somatici a quelli comportamentali, relativi ad uno specifico contesto o trasversali a più ambiti di vita), si attribuisce l’incarico di colui o colei che “porta” i genitori dal medico o dal terapeuta. Dopo i necessari “test” volti a verificare se possa essere tranquillo nell’affidare i propri genitori al professionista, il bambino generalmente può ritornare al proprio ruolo di bambino: se c’è qualcuno che si occupa di mamma e papà, allora non devo più fare il ‘matto’ (non occorre più che faccia pipì’ a letto, che abbia mal di pancia a scuola, etc.), potremmo esemplificare. Ora, non si sta qui alludendo ad una intenzionalità nei comportamenti sintomatici del piccolo, quanto agli effetti che tali atteggiamenti producono sui genitori e/o sul sistema familiare.

Spesso, tuttavia, la presa in carico dei genitori o di parte del sistema familiare rappresenta soltanto una parte, seppur fondamentale, del processo terapeutico. Il malessere del bambino, che sovente non si esprime con sintomatologie eclatanti (es.: impulsività, aggressività, oppositività, etc.) ma con segnali “sotto traccia”, depressivi, di tristezza e ritiro comportamentale, ha una sua dignità che rende opportuna una presa in carico indipendente da quella dei genitori: uno spazio specificamente dedicato che non faccia sentire il bimbo come problematico ma accolto e visto nel suo dolore, confusione e preoccupazione.

A tale proposito risulta fondamentale la fase di “aggancio” con il minore: il bambino deve poter capire che si può fidare del terapeuta, che il suo spazio con lui/lei non sarà uno di valutazione in termini di bravura o di giudizi come a scuola, che il contesto ha delle sue proprie regole ma che vige un principio di libertà espressiva e comunicativa.

Al di là delle tecniche o delle metodologie utilizzabili nel lavoro clinico con i bambini, che possono variare in funzione dell’età, delle risorse cognitive e comunicative, delle caratteristiche dell’esperienza quotidiana e degli universi immaginari e fantastici di ogni piccolo paziente, ciò che risulta a mio avviso fondamentale sul piano terapeutico è offrire la possibilità al bambino di esprimere tutta la gamma di emozioni, dalla rabbia alla tristezza, dalla nostalgia per un passato che magari ricorda solo a tratti ed è per lo più raccontato/ricostruito dai genitori o da altri familiari, alla gioia mista a malinconia per i momenti trascorsi “dalla mamma” e per quelli passati “dal papà”. La direzione del lavoro, in questo senso, tocca e coinvolge anche i genitori: è importante aiutarli a trovare modalità adeguate di comunicare con i figli, laddove la comunicazione comprende non soltanto, semplicemente, le parole utilizzate e le informazioni date al piccolo, ma anche – e la maggior parte delle volte in maniera ancor più significativa – gesti, contesti, atteggiamenti emotivi.

Ciò può risultare difficile, perché sovente è il genitore stesso ad essere ferito e fragile, ed i complessi processi di sintonizzazione affettiva tra genitore e figlio fanno sì che spesso sia il bambino a corrispondere alle aspettative emotive della madre o del padre, entro un “sistema emotivo” che è in realtà ancor più complesso e che coinvolge numerosi contesti, attori, livelli comunicativi.

Non voglio vederlo malinconico, per questo non gli parlo di come era prima la nostra famiglia”, confida un papà. Ma a chi appartengono quella tristezza, quella malinconia (quei tabù, verrebbe da chiamarli)? In tal senso risulta quanto mai essenziale aiutare i genitori a mettere a fuoco emozioni e bisogni, distinguendo tra i propri e quelli del figlio, in modo che si sentano attrezzati nel sostenere il bambino nell’elaborazione della sua propria ferita e nel ricucire il prima col dopo, il buono con il cattivo, la gioia con la tristezza, la presenza con l’assenza.

I bambini fanno dei “test” agli adulti, delle prove per capire ciò che possono o non possono dire, per ricevere informazioni, per vedere confermate proprie ipotesi o fantasie. Particolarmente rilevanti sono le aperture che i piccoli pazienti offrono, spesso nei termini di brevi frasi o commenti apparentemente casuali: è essenziale, per il terapeuta, mantenere un livello di sintonizzazione emotiva che gli consenta di cogliere, esplorare, valorizzare tali aperture, veri e propri ponti di accesso che i bimbi lanciano in direzione dell’adulto. In tal modo sono loro stessi a comunicare quando sono pronti ad affrontare specifici argomenti, emersi in precedenza in maniera verbale e diretta oppure, più spesso, attraverso il gioco, la metafora, il disegno. Viene a configurarsi, così, un processo terapeutico che è realmente rispettoso dei tempi emotivi di ciascun bambino.

In momenti come questo il piccolo sembra chiedere al terapeuta: “Posso fidarmi di te? Si può parlare di questa cosa che mi preoccupa tanto, che mi fa stare molto male? Cosa succede se ne parliamo? Puoi farti tu portavoce di ciò che penso e provo a mamma e papà? Se ti dico una cosa brutta posso ancora venire a trovarti per giocare insieme?”.

Se non è corretto, da una parte, assecondare il desiderio inconscio del bambino di vedere riunita la propria famiglia e i propri genitori, dall’altra diventa utile, se non necessario, un lavoro di “ricucitura” sul piano psicologico-emotivo: di frammenti di memorie, di un prima con un dopo, del buono e cattivo, della tristezza e della fiducia, della presenza con l’assenza.

A tale proposito può risultare utile sostenere i genitori nel racconto di episodi relativi al bambino o alla famiglia (“Ti ricordi quella volta che …? Lo sai cosa è successo durante la nostra prima vacanza al mare?”, etc.), allo scopo di valorizzare i momenti piacevoli e le esperienze positive, che pure fanno parte anche delle storie familiari più travagliate e costellate di rotture e sofferenze, ed al fine di rassicurare il figlio rispetto alla possibilità di parlare di “come era prima” la sua famiglia, che ciò è permesso, e che non è pericoloso per nessuno.

Il racconto di episodi relativi al “prima” può venire suggerito ai genitori come una sorta di “rituale”, o di buona pratica da mettere in atto ogni qual volta sentano che possa essere utile al figlio, oppure entro un apposito setting di lavoro madre-figlio e padre-figlio: attraverso la costruzione congiunta di fiabe e storie, o avvalendosi di fotografie scelte dal genitore o dal bimbo.

Anche laddove l’esperienza del bambino sia caratterizzata dalla separazione dei genitori come “normalità”, o da ricordi, sovente traumatici, di tensioni e forti conflittualità, diviene fondamentale lavorare nelle direzione di una continuità: psicologica ed emotiva per il bimbo, comunicativa – spesso la parte più faticosa, purtroppo in molti casi non realizzabile in tempi brevi – tra i due genitori.

Concludendo: una delle buone pratiche – non certamente l’unica, ma quella che di recente trovo maggiormente utile nella consulenza e nella terapia con i figli di famiglie separate – è lavorare per aiutare il bambino e i genitori a ricostruire un senso di continuità, pur in una storia familiare frammentata e costituita da dolorosi conflitti e fratture.

Annunci

Hip-hop: un gioco per crescere

fotolibri

Iniziamo facendo coming out: adoro la musica black in generale, e quindi anche l’hip-hop. Non tutto, diciamo quello più ‘conscious’, ‘consapevole’, che tratta cioè di tematiche sociali e politiche. Premessa necessaria a comprendere come la curiosità che mi ha spinto ad avvicinarmi al libro “Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza” (Carocci, 2015), di Davide Fant (educatore, formatore e rapper) sia stata per prima cosa di natura personale e legata ad una passione che coltivo nel tempo libero. Passione che molto probabilmente ha spinto lo stesso autore a compiere questo interessante lavoro di studio, analisi, ricerca delle radici sociologico-antropologiche del rap (siamo nel brulicante micro-cosmo della New York a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, nei quartieri ghetto di Harlem e Bronx), e di approfondimento – teorico ed esperienziale – delle possibilità educative che questo genere musicale offre (con esempi di intervento attuati in scuole e centri di aggregazione).

Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci e semplificazioni: l’hip-hop è una micro-cultura, che come tale si fonda su valori e pratiche condivise e ben riconoscibili. Non si tratta soltanto di uno stile musicale, ma comprende al proprio interno quattro discipline artistiche, o ‘elementi’: breaking (la danza), DJing (il campionamento e la creazione delle basi musicali), MCing (la scrittura e la performance, talvolta improvvisata, di rime), writing (l’arte dei graffiti). Ciascun ambito viene approfondito ed esaminato con una sottolineatura sugli aspetti trasformativi, che offrono chiavi di lettura positive e strumenti comunicativi e relazionali efficaci: ad esempio, le opportunità di individuazione e auto-narrazione insite nella pratica dello scrivere e improvvisare rime. O ancora, il processo di decostruzione/ricostruzione delle lettere che compongono lo ‘street name’, nome d’arte spesso composto da caratteri di difficile decifrazione e come ‘urlato’ sui muri, sugli spazi pubblici della città, talvolta anche su treni e metropolitane: una sorta di rielaborazione identitaria e di comunicazione, sfrontata e orgogliosa, del proprio modo di essere, cangiante e in movimento.

Il tutto in un contesto di sfida positiva e motivante. Come accade nella danza, il breaking: dalla guerra tra gang alla competizione artistica tra crews, dalle risse all’utilizzo creativo del corpo.

Ora, al di là degli specifici temi trattati e delle numerose opportunità trasformative che l’hip-hop – inteso non soltanto come genere musicale ma come fertile canale espressivo/comunicativo – offre a giovani, adolescenti, e ai loro adulti di riferimento (genitori e familiari, educatori, insegnanti), credo che sia di fondamentale importanza ribadire il meta-messaggio di cui questo lavoro si fa portatore. E cioè la valorizzazione di un linguaggio nato come micro-cultura giovanile e come alternativa, sempre ‘di strada’ e ‘dal basso’, alle condotte sociali devianti e alla guerra tra bande: un caleidoscopico megafono in grado di far risuonare la rabbia, la delusione degli incompresi e degli emarginati, lo smarrimento ma anche l’energia e le risorse di una generazione … anzi, delle giovani generazioni.

Ciò dovrebbe aiutarci a comprendere quanto la duttilità dell’hip-hop come linguaggio capace di dare voce ai giovani sia uno strumento prezioso per costruire ponti di dialogo, offrendo autentici spazi di ascolto, accoglienza e non giudizio.

In quest’ottica risulta utile qualsiasi pratica creativa o linguaggio artistico-espressivo in grado di far parlare ragazzi e ragazze, giovani adulti, adolescenti, pre-adolescenti, laddove in particolare siano i comportamenti auto o etero distruttivi a prevalere, gli agiti, o ancora le saracinesche relazionali ed affettive, i silenzi assordanti.

Qualunque atteggiamento di autentico interesse e apertura nei confronti di ciò che appassiona un Altro è un movimento relazionale ed affettivo nei confronti di questo Altro, il quale si sentirà visto e confermato dal nostro sguardo. E, se questo Altro è un individuo in un percorso di evoluzione e cambiamento, ciò risulterà tanto più importante: uno spiraglio di fiducia e speranza da cui partire, una tenda piantata – alla giusta distanza – da quella, solitaria, del figlio o dello studente.

Lettura piacevole e interessante, consigliata anche ai ‘non addetti ai lavori’. Ovvero a tutti quei genitori, insegnanti, educatori che hanno guardato almeno una volta nella vita un videoclip di Sfera Ebbasta. Ma anche a chi, come me poco tempo fa, non lo conosceva.

Qui sotto invece andiamo con un classico, “An Open Letter to NYC” degli americani Beastie Boys. Buon ascolto e buona lettura.

 

C’è posto per tutti? Sulle relazioni inclusive, con gli altri e con noi stessi.

5451414

Gael Garcìa Bernal in Mozart In The Jungle (Amazon Video)

 

C’è posto per tutti alla Junior Orchestra del maestro Rodrigo nella serie tv americana Mozart in the Jungle. I personaggi si scambiano uno sguardo al termine dell’esibizione di una bimba al flauto traverso. Gli orchestrali, americani, domandano con aria incerta al direttore dell’orchestra, messicano, se la piccola abbia superato la prova. Il maestro risponde senza esitazione: “Certo, alla Junior Orchestra c’è posto per tutti”. Primo piano sul suo volto, che tuttavia appare triste e pensieroso: poco prima ha comunicato alla sua amica Hailey di non avere passato il provino dell’orchestra ‘senior’, sebbene sia stata “… bravissima … oh, sai che lo sei stata … ma c’è stato qualcuno più bravo di te”. Il titolo dell’episodio è emblematico: o sei il migliore, o fai schifo. Fortunatamente la serie è intelligente e auto-ironica, e lascia intendere che dietro ad ogni sconfitta si cela una ripartenza e si aprono nuove opportunità.

Il tema è di quelli fondamentali, e si presta a discorsi sociali ed educativi, oltre che relativi alle relazioni ‘umane’ in generale.

Altro esempio, stavolta di ‘vita vera’: mostra di creazioni grafiche a tema letterario in una scuola secondaria della mia città, tappa finale di un percorso laboratoriale che ha coinvolto alunni di terza, quarta e quinta. I ragazzi hanno potuto lavorare in piccoli gruppi, confrontandosi e scambiandosi idee, sotto la guida di alcune insegnanti e dell’ideatore del progetto, un amico che fa il grafico per professione, davvero in gamba. La scelta è stata quella di selezionare, all’interno dei 30/40 lavori prodotti, i dodici più meritevoli, valutati da una giuria competente e con l’idea di realizzarne un calendario. Durante la giornata conclusiva, aperta a famiglie, parenti, amici e alla cittadinanza, la curiosità dei ragazzi era palpabile: i più si guardavano in giro, alcuni si scambiavano battute e sguardi divertiti, altri ancora raccontavano il percorso a parenti e amici. Al momento della proclamazione dei dodici elaborati vincitori, a spiccare per delusione era comunque l’atteggiamento dei familiari: il figlio/nipote/fratello/sorella non era tra i prescelti, avevano “vinto gli altri”; nella migliore delle ipotesi si curiosava in giro e, cosa che mi ha rincuorato, venivano poste alcune domande. Il più dispiaciuto, tuttavia, era il mio amico, che si interrogava sul significato del messaggio arrivato ai ragazzi: la scuola è di per sé un ente valutativo, dunque anche in un’occasione collaterale e creativa come quella veniva emesso una sorta di giudizio. D’altra parte, sembrava giusto premiare chi si era impegnato di più, mostrando maggiore interesse e partecipazione, e chi aveva prodotto le idee più originali (non è detto però che le due cose vadano insieme: l’impegno con la riuscita, l’interesse manifestato con la qualità del lavoro e delle idee create … la delusione può ben essere quella dell’allievo o dell’allieva che si sono entusiasmati ma che non hanno ricevuto il riconoscimento che si attendevano). Ad ogni modo, un crudo principio di “realtà”, più attuale che mai: nella nostra società non pare esserci spazio per tutti.

Come trovare un compromesso tra una logica competitiva – meritocratica, diremmo – ed una inclusiva – c’è posto per tutti, o meglio, per il valore di ciascuno? E’ tutto un talent-show?

Piccola parentesi sul significato del termine “talento”. Il talento riguarda una inclinazione naturale nello svolgere bene una certa attività. Dunque esso pare avere a che fare con una dote “di base”, che si ha la fortuna di possedere o meno dalla nascita e che certamente potrà emergere ed esprimersi attraverso l’impegno e l’esperienza, e grazie al proprio contesto di crescita, che può cogliere e valorizzare determinate capacità a scapito di altre (altra dose di fortuna). Un secondo aspetto messo in luce dalla definizione è che il talento attiene alla sfera del fare. Spesso, tuttavia, quando si assiste ad un talent-show, si ha l’impressione che ad essere giudicata sia la persona in sé e per sé, piuttosto che ciò che sa fare o il modo in cui riesce ad esibirsi in una specifica attività, in uno specifico momento della propria vita, sul palco della trasmissione televisiva tal dei tali. Risulta quindi comprensibile come programmi-vetrina del genere, tipica espressione della società-vetrina in cui viviamo (perlomeno in Europa/Occidente), siano fonte di ambiguità e confusione, oltre che di aspettative narcisistiche di successo e riuscita nei campi cui la società e i modelli di riferimento mediatici attribuiscono valore e importanza.

Il discorso, come è ovvio, diventa ancor più significativo per i giovani, poiché sul piano evolutivo ciò si traduce nella domanda: qual è e come posso trovare il mio posto nel mondo?

Continuando con le suggestioni evocate dal “talent”, può essere utile declinare la riflessione nei termini di un processo di sperimentazione e di scoperta di sé nel/del mondo, di ciò che piace, di ciò che si desidera fare, dei propri sogni, delle proprie attitudini.

 

bauman-510x340

Zygmunt Bauman

Mi torna alla mente un saggio del grande sociologo recentemente scomparso Zygmunt Bauman, “Intervista sull’identità” (2003). Messo alle strette dall’intervistatore, Benedetto Vecchi, che gli pone una domanda sul concetto di identità nell’epoca della globalizzazione, Bauman rigetta la metafora proposta del puzzle (che implica una ricerca dell’incastro corretto tra una serie di pezzi predefiniti in vista della costruzione di un’immagine che si conosce in anticipo) e offre invece quella del bricoleur, che “crea ogni sorta di cose col materiale a disposizione” (pag. 57). Sul concetto di identità come continua ricerca e costruzione il cui esito – se poi ha senso parlare di esito, come fosse un risultato e non un processo – ci risulta inconoscibile a priori, possiamo essere d’accordo, in maniera più o meno post-moderna. Ma l’aspetto a mio modo di vedere più interessante è il non concepire la progettualità in senso strumentale – quali mezzi per certi fini pre-determinati – quanto in senso finale: quali obiettivi appaiono possibili in base alle attitudini, alle capacità individuali, alle opportunità del contesto. E aggiungerei: sulla scorta di sogni e desideri personali, di ciò che ci piace, carburante quanto mai prezioso, se non essenziale.

In tal modo l’accento si viene a porre sul ‘cosa desidero con tutto me stesso, cosa voglio davvero’, e solo in seconda battuta sul ‘come faccio ad ottenerlo’. Il che è quantomeno un buon punto da cui partire, perché sollecita a riflettere non dando per scontati traguardi pseudo-desiderati o socialmente appetibili, in un atteggiamento di dialogo aperto e onesto con noi stessi, coi nostri valori, con ciò che davvero vorremmo realizzare e che sentiamo come importante. Il giornalista Gabriele Romagnoli (2015) ha utilizzato l’efficacissima metafora del bagaglio a mano: l’esperienza, oltre che aggiungere, insegna a togliere, a ridurre all’essenziale, a sfruttare lo spazio disponibile in modo creativo, accogliendo i limiti come un vantaggio e non come un ostacolo, costringendo a identificare quel che realmente si desidera portare con sé.

 

584d801a41db2584d801a419ee

Lola Kirke in Mozart In The Jungle (Amazon Video)

Dopotutto, c’è speranza per Hailey, il personaggio di Mozart in the Jungle citato all’inizio. L’inquadratura fa capire che non si arrenderà, e che l’essere esclusa da un contesto libererà energie per re-inventarsi in nuovi scenari. E’ il concetto di “natalità”, così ben illustrato da Hannah Arendt: “la natalità è un permanente invito a ricordare che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare” .

E i ragazzi delusi del mio amico? Probabilmente, come detto, il più dispiaciuto era proprio lui. Magari qualcuno di loro, indipendentemente dal verdetto, ha avuto la fortuna di scoprire una vocazione, o comunque – cosa non meno importante – di iniziare a familiarizzare con una passione, con un nuovo canale per dare forma ed espressione alla propria creatività. Ma c’è di più: ogni nuova esperienza ci rimanda un’immagine inedita di noi stessi, e di “noi stessi in relazione con”. Permette di creare, in maniera non sempre e non immediatamente consapevole, nuove connessioni, aperture, relazioni, e ciò è reso possibile dal carattere dialogico e interattivo dell’attività proposta: le idee nascono ‘dal basso’, in questo caso dallo scambio e dal confronto costruttivo all’interno del gruppo dei pari.

Se all’opposto guardiamo il mondo con gli occhiali forniti dalla società-vetrina, che mirano al successo, alla fama, alla gratificazione immediata e all’identificazione di ciò che è l’ultima tendenza in fatto di apparire, allora la logica competitiva, del gioco a somma zero, dei vincenti/perdenti, ci appare come l’unica plausibile e dotata di senso.

 

gregorybateson2

Gregory Bateson

Nel 1942 l’antropologo Gregory Bateson scriveva, a conclusione del saggio intitolato “Pianificazione sociale e deutero-apprendimento”:
“Se il balinese può essere mantenuto occupato e felice da una paura senza nome e senza forma, fuori dello spazio e dal tempo, noi potremmo bene essere tenuti all’erta da una speranza di enormi raggiungimenti senza nome, forma e luogo. Perché una tale speranza sia efficace non è certo necessario che il suo oggetto sia chiaramente definito. E’ solo necessario essere sicuri che ad ogni momento il successo può trovarsi appena svoltato l’angolo e, vero o falso che sia, questo non potrà mai essere deciso. Ci incombe di diventare come quei pochi scienziati e artisti che lavorano sotto la spinta di questa urgenza ispiratrice, l’urgenza che nasce dal sentire che la grande scoperta, la risposta a tutti i nostri problemi, oppure la grande creazione, il sonetto perfetto, sono sempre appena fuori della nostra portata, o come una madre che sente che c’è vera speranza, purché vi si impegni costantemente, che il suo bambino diventi quel fenomeno infinitamente raro: una persona felice e grande”.

Ecco, in quest’ottica il successo è la felicità intrinseca al fare, allo svolgere una cosa con passione e dedizione – con amore materno direi – sotto la spinta di quella forma di speranza e fiducia che Bateson chiama poeticamente “urgenza ispiratrice”.

L’inclusività diventa allora un modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri, un atteggiamento di dialogo aperto e rispettoso che sollecita al confronto, al riconoscimento dell’Altro come dotato, di per sé, di un valore che gli deriva dall’essere impegnato – anche se spesso non lo sa – in questo lavoro, faticoso ma indispensabile e inevitabile, di continua ricerca, scoperta e creazione.

C’è posto per tutti si trasforma così, più opportunamente, in spazio al valore di ciascuno.

 

BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA:

A Scuola con i Minimal Incipit

Hannah Arendt “Sulla Violenza (Guanda)

Gregory Bateson “Pianificazione sociale e deutero-apprendimento” (da “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi)

Zygmunt Bauman “Intervista sull’identità” (Laterza)

Gabriele Romagnoli “Solo bagaglio a mano” (Feltrinelli)

Mozart In The Jungle (“O sei il migliore o fai schifo!”, terza stagione, Amazon Video)

 

Shades of Blue

moonlight-trailer-italiano-e-poster-del-film-di-barry-jenkins

Le blue notes sono note particolari che si trovano nel jazz e nel blues. Si tratta di note abbassate di un semitono, cioè suonate o cantate in maniera calante. Gli europei le battezzarono blue notes, cioè note tristi, per dare un nome al senso di nostalgia e straniamento che colpiva l’ascoltatore. Musiche così malinconiche, sospese, cariche di possibilità: concepite non nelle provette dei salotti ma a partire dallo sporco, dal sudore, dalle lacrime e dalla voglia di redenzione di un intero popolo, prima eradicato, poi venduto e schiavizzato, infine segregato.

Moonlight inizia sulle note della canzone di Boris Gardiner, “Every Nigger Is A Star”, un pezzo soul. Il primo ‘white man’ in Moonlight lo si vede, messaggio chiarissimo, verso la fine e fa la comparsa in un ristorante.

Tuttavia Moonlight è un film universale come pochi.
Violento come pochi. Delicato come pochi.
Le vicende narrate potrebbero rappresentare fatti e storie che avvengono ovunque: la violenza persecutoria del gruppo nei confronti del membro fragile/diverso, il tema dell’identità, della scelta, dell’affettività possibile in un contesto dove predominano il machismo, l’omofobia e l’enfasi sulla dimensione fisico-aggressiva come modalità comunicativa e di inclusione/esclusione.
Al contempo è un’opera estremamente radicata in un contesto storico e socio-culturale, parabola triste e poetica di un negletto tra i negletti.
Ambientato a Liberty City, periferia nord di Miami popolata per la quasi totalità da afroamericani e da immigrati di origine ispanica, con tassi di criminalità altissimi, Moonlight parla il linguaggio degli esclusi, dei non visti, di coloro che devono prima scendere all’inferno per poi, forse, trovare un’opportunità di riscatto e salvezza. A quale prezzo e con quali sacrifici sono il conto faustiano da aspettarsi in cambio.
download
Blue songs are like tattoos
You know I’ve been to sea before
Crown and anchor me
Or let me sail away


Sceglimi, ancorami, o lasciami andare via sulle onde del mare.
Alla luce della luna i neri sembrano blu“, dice Juan al piccolo Chiron, poco prima di battezzarlo nelle acque dell’oceano e di farlo simbolicamente (ri)nascere. Il dono della vita insito nel gesto di qualcuno che, per la prima volta, ‘ci vede’.
moviereview_moonlight_110316_image4
La luce della luna mette in risalto le sfumature: cadono maschere, ci si sente nudi e onesti. Senza paura di mostrarsi nelle proprie intime fragilità.
Blue here is a shell for you
Inside you’ll hear a sigh
A foggy lullaby
There is your song from me
 
Blue, eccoti il riparo di una conchiglia, dentro vi ascolterai un sospiro, una ninnananna caliginosa: la mia canzone per te. 
 
Blue di Joni Mitchell pare scritta apposta per seguire le tappe di questa educazione sentimentale.
Quali alternative, quali sentieri di crescita possibili in un mondo dove il maschile non sembra conoscere linguaggio altro se non quello dell’ostentazione distruttiva della legge del più forte, un maschile terrorizzato anche dalla sola idea di tenerezza, e che quand’anche conosca un linguaggio affettivo finisce per sporcarsi e per contraddirsi (Juan, un ‘deviante’ come miglior modello di riferimento disponibile)? Un mondo dove il femminile-materno non ne esce granché meglio, con una madre tossicodipendente e maltrattante ed un’altra figura, più positiva, che tuttavia non può accudire e proteggere sino in fondo (Teresa).
screen-shot-2016-12-12-at-10-04-56-pm
Che persona voglio diventare?, sembra più volte chiedersi Chiron, in quei primi piani profondamente espressivi e dolenti di lui che si guarda allo specchio e vede un ragazzino perdente e perduto: naso rotto, sanguinante, volto che è un campo di battaglia di ferite, anche emotive, soprattutto emotive. La vergogna che si tramuta in rabbia, in quello che è lo snodo decisionale della storia.
MV5BODQ2Yjc5ZjEtYTFkMC00MGY2LWI4NTEtOTRjMzY3ZjM2NGUyXkEyXkFqcGdeQXVyNTk1NTMyNzM@._V1_SX1777_CR001777740_AL_1
Hey Blue, here is a song for you
Ink on a pin
Underneath the skin
An empty space to fill in
Well there’re so many sinking now
You’ve got to keep thinking
You can make it thru these waves
Acid, booze, and ass
Needles, guns, and grass
Lots of laughs lots of laughs
Everybody’s saying that hell’s the hippest way to go
Well I don’t think so
But I’m gonna take a look around it though
Blue I love you


Hey Blue, ecco una canzone per te. Inchiostro su di un ago, sotto la pelle. Un vuoto da riempire. Tante, tante volte la sensazione di affondare, ma tu devi pensare che puoi farcela in mezzo a queste onde. Acido, alcool, sesso, aghi, pistole, erba, ma anche un sacco di risate. Tutti dicono che l’inferno è il posto più alla moda dove andare, beh io non ci credo, ma darò un’occhiata.
Blue, io ti amo.

Per fortuna, come nel jazz e nel blues le note blu aprono spazi di poesia in cui perdersi, respirare e ritrovarsi, anche Chiron si ricorda a un certo punto di essere, dopotutto, un centauro: corpo di animale ma cuore di uomo, che batte, e non si è ancora annerito del tutto.
Scopre, grazie allo sguardo di Kevin e al ricordo di una notte che si è impressa come un tatuaggio sulla sua pelle, di avere ancora (di avere sempre avuto?) il cuore blu.
Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l’aria entrava nella santa dimora di Dio.

– “Ragazzo negro”, Richard Wright

Attualità del pensiero di Georges Devereux

Faccio nuovamente cross-posting proponendo un mio breve post pubblicato su un altro blog.

Texas, sparatoria al concorso di vignette (in negativo) su Maometto.

WASHINGTON – Sparatoria in Texas ad un concorso di vignette sul Profeta: due le vittime – gli assalitori – mentre un agente è rimasto ferito in modo lieve. Obiettivo il Curtis Culwell Center di Garland, sobborgo di Dallas, dove era in corso la «gara» promossa dall’American Freedom Defense Initiative che aveva offerto 10 mila dollari per il miglior disegno (in negativo) su Maometto. Un appuntamento a rischio, tanto è vero che gli organizzatori avevano ingaggiato una quarantina di guardie private. (LEGGI IL RESTO)

Continuo a rimanere attonita dinanzi a tanta e tale stupidità, né riesco a vedere o cogliere in cosa consista questa sbandierata (e vituperata) “libertà”. Una simile perplessità mi ha colpito, giorni fa, nel leggere il titolo – proposto da un’insegnante ad un suo alunno – di una tesina di terza media: “Il terrorismo e la difesa dell’identità”. Ho subito pensato, quale identità? Di che si tratta? E l’identità di chi, poi?

Le intuizioni – purtroppo in Italia non granché diffuse, se non entro specifici settori della salute mentale – di un grande antropologo e psichiatra, Georges Devereux (nato Georgy Dobo), fanno molto riflettere in tal senso, mostrandosi in tutta la loro attualità e risuonando (oggi, 4 maggio 2015, alla luce dei recenti fatti di cronaca) come un inquietante presagio.

L’oggetto di questo studio è la fantasia che possedere un’identità sia un’autentica arroganza capace, automaticamente, di incitare gli altri ad annientare non solo questa identità ma anche l’esistenza stessa del presuntuoso per mezzo, in genere, di un atto di cannibalismo che trasforma il soggetto in oggetto“.

— GEORGES DEVEREUX (da una conferenza tenuta a Parigi nel 1964, dal titolo “La rinuncia all’identità: difesa contro l’annientamento”).

Pensare l’impossibile

Faccio un po’ di cross-posting proponendo un mio articolo pubblicato su un altro blog, scritto il 26 gennaio scorso. Buona lettura!

D’accordo. L’unico Roth che un poco conosco e che ho letto è il Joseph de La Leggenda del Santo Bevitore e de La Cripta dei Cappuccini. Purtroppo non sono per nulla familiare con l’opera di Philip Roth; cercherò di rimediare, per quanto mi sarà possibile.
Ma quando leggo articoli come quello di Pierluigi Battista uscito su Corsera di oggi – “Gli anticorpi liberali che ci difendono contro la censura”, inizio in prima pagina e continuazione a pagina 25 – non riesco a reprimere un moto di frustrazione e fastidio. A maggior ragione in un momento storico come questo in cui, visti i recenti avvenimenti – ISIS, ostaggi barbaramente uccisi in mondovisione, attentati terroristici a Parigi – si tende a fare abbuffate bulimiche di bei paroloni, usati spesso a sproposito per colmare una mancanza di idee realmente nuove e creative, e forse, anche, per riempire un vuoto identitario che è tutto nostro, dell’occidente. Finché ci si trincera dietro a slogan e ad espressioni astratte come “i nostri ideali”, “libertà”, “giustizia”, “libertà d’espressione”, “pace”, “dialogo”, “integrazione”, cercando di spiegarli e di dare loro un senso ritornando tautologicamente alle parole stesse, certo di passi avanti non possiamo sperare di compierne. Reali passi avanti. Di sicuro ci si sente più vicini, con la sensazione di appartenere, di essere tutti membri della medesima civiltà, al di là delle differenze etniche e religiose – vedi manifestazione parigina dell’11 gennaio – a fare fronte comune contro il “Terrorismo” e i “Nemici della libertà”.
Senza dubbio, però, fintanto che non ci si mette in questione in prima persona, compiendo un sano, utile (ma ahimè inusuale) atto di auto-osservazione, non possiamo davvero interrogarci sul significato che hanno per noi quelle parole e quei valori, e per noi in relazione ad altri, popoli, paesi, culture. “Altri” che entrano nelle nostre case e nelle nostre vite in maniera più e meno pacifica. Si parla tanto di ‘dialogo’ ma ho come l’impressione, sempre più viva, che tale dialogo si risolva per lo più a favore di uno solo degli interlocutori, di una delle metaforiche parti in causa. E allora non è più dialogo. Però diciamocelo.
Nell’articolo citato, facendo riferimento all’episodio dello scrittore ebreo Philip Roth, accusato nel 1959 di antisemitismo a motivo del contenuto di alcuni suoi romanzi (accusa giunta dallo stesso mondo ebraico, e forse anche comprensibile se consideriamo il periodo storico immediatamente post-Shoah, Norimberga, creazione dello Stato di Israele), si parla di “dialettica tra oltraggio e difesa di un’identità religiosa, tra trasgressione e desiderio di far rientrare nei ranghi l’eretico”. Tuttavia, quando l’ho letto, ho avuto la forte sensazione che l’autore utilizzasse alcuni termini – “dialettica”, “e/e” – ma senza realmente credere nel loro significato. O meglio, intendendo implicitamente un “o/o”, e schierandosi apertamente in difesa di una delle due polarità. Come detto sopra, ‘parole parlate’ e non significate.
Io credo che la libertà sia un concetto e un ideale bellissimo, in nome del quale sono state combattute migliaia di battaglie e sono stati versati fiumi di sangue (abito in Lombardia, e l’espressione “Se non fosse stato per gli americani, ora qui parleremmo tutti tedesco” mi è molto familiare). Ma la “libertà”, in quanto idea, valore, sentimento, può essere declinata in innumerevoli modi diversi, a seconda degli ambiti della vita, dello status socio-economico degli individui, del periodo storico, del contesto territoriale, geo-politico e culturale. Più che di valori universali preferisco pensare ad “universi di valori”: ideali che hanno una storia, sono ben piantati in un contesto sociale, culturale e storico, configurandosi come locali.
A mio parere, se non partiamo da questo primo riconoscimento diventa poi difficile ammettere che all’interno di un dialogo autentico e di una vera dialettica uno dei due punti non si elida a favore dell’altro. Si dialoga quando, come interlocutore, mi muovo davvero verso l’altro e cerco di immaginarmi le sue ragioni, ascoltando quel che ha da dire, e facendovi spazio dentro di me. Non è semplice, anche perché non siamo abituati a farlo, così preoccupati di dire la nostra e di “chiarire all’altro le nostre ragioni”, occupandoci solo di controbattere e di legittimare la nostra visione delle cose.
Ma quale “altro”, se non lo ascoltiamo e non lo riconosciamo come interlocutore degno di un confronto? In questo modo, finisce che ce la suoniamo e ce la cantiamo. Ma di certo non dialoghiamo. Monologhiamo, caso mai, in maniera etnocentrica. E questo “altro” non deve essere necessariamente di un’altra etnia o provenienza geografica, può anche incarnarsi nel volto del vicino di casa, del collega di lavoro, di quello – amato – di un amico o di un familiare. Per questo, qui accanto, nello spazio virtuale del mio blog e mentale del mio sentire, ho sentito l’urgenza di affiancare alla frase di George Orwell sulla libertà (per lui coincidente con la libertà di espressione e scrittura) quella di Bergoglio sul tanto chiacchierato “pugno”. Perché è nella loro coesistenza che tento di trovare una o più chiavi di lettura a quel che sta accadendo, e non nell’esaltazione fanatica e a senso unico di concetti e ideali – pur positivi e degni – che però fanno riferimento ad un solo modo di vivere la vita, ad un unico universo di valori, con l’esito di un appiattimento delle differenze in nome di una sbandierata (e consumata, poverina) “libertà”.
A proposito dell’India Tiziano Terzani ci ricordava che “Col suo solo esserci […] rammenta a noi occidentali che non tutto il mondo desidera quel che noi desideriamo, che non tutto il mondo vuole essere come noi siamo”; e, riguardo alla guerra combattuta dagli Stati Uniti insieme agli ‘alleati’ in Afghanistan dall’ottobre 2001, ci ricorda ancora – e ne abbiamo tanto bisogno – che “[…] chiamiamo realtà quel che percepiamo attraverso i nostri sensi, i nostri pregiudizi e le nostre idee fisse”.
Come diceva ancora Terzani, mi rendo conto al contempo di quanto sia semplice la posizione di ‘osservatori pensanti’ non obbligati a prendere delle decisioni che avranno un effetto, sempre imprevisto e non prevedibile, su sistemi più ampi.
Per quel che può valere, sulla scrivania di casa ho Shah-In-Shah di Ryszard Kapuscinski, Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani e Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, oltre ad un’edizione tutta sciccosa di 1984 che ammicca dalla mia mensola, accanto a Fahrenheit 451 del caro Bradbury. Pur nella diversità di contesti, tempi e periodi storici che attraversano (e che li attraversano), queste opere non cercano di ridursi l’un l’altra in cenere. So che, purtroppo e per fortuna, gli individui e i sistemi umani sono ben più complessi. Ma, come si diceva all’inizio, forse è il caso di accogliere come un dono tale complessità, che non è sinonimo di relativismo ma di riconoscimento della differenza e autentica disponibilità al confronto aperto, che prevede l’ascolto dell’Altro, ma anche e in primo luogo l’osservazione critica di se stessi. Osservazione che, ricorsivamente, può essere compiuta solo in relazione ad un Altro diverso da me, che mi rimanda e mi ricorda la nostra diversità e quindi mi parla, in una certa misura, anche di me.
D’altra parte, i libri sono ‘soltanto’ libri, carta stampata o bytes su un computer, e diventano vivi solo in relazione con un lettore o con un pubblico di lettori. Soltanto, dunque, all’interno di un dialogo autentico, le idee, i sentimenti, le storie in esso contenuti prendono vita e possono sperimentare il sogno di coesistere civilmente e creativamente nella testa e nell’immaginazione di chi legge. Contaminandosi, ibridandosi e dando origine a forme nuove. Noi, insieme ai nostri amati libri.
Concludo lo sproloquio con una domanda, che per prima rivolgo a me stessa: c’è davvero qualcosa o qualcuno da cui dobbiamo difenderci?
NOTA: le immagini qui riportate sono opera di un grande “pensatore dell’impossibile”, Maurits Cornelis Escher.

L’arte in ottica sistemica (2)

Seppur in una differente cornice di pensiero, quella post-moderna, anche Gianni Vattimo enfatizza il carattere intersoggettivo dell’arte, considerandone la capacità di istituire comunicazione e socialità: il filosofo torinese parla di eterotopia, come della capacità di aprirsi all’altro, istituendo forme di socialità irriducibili a una comunità reale universale, ma più simili ad una pluralità irriducibile di comunità differenti. “Le opere d’arte sono origine di esperienze di shock tali da sovvertire l’ordine costituito delle cose, da sospendere l’ovvietà del mondo, e da organizzare nuove forme storico-sociali di vita”, sottolinea lo stesso Vattimo, delineando così una teoria estetica che risuona per affinità a quella del già citato Goodman, con i concetti di comprensione e di relazione estetica. Il filosofo italiano sottolinea in modo particolare l’inventività dell’opera d’arte, cioè il suo carattere di evento, che modifica chi la fa ma anche il pubblico (considerato parte integrante dell’opera): l’accadere della verità nella e attraverso l’opera. Si noti che Vattimo intende la “verità delle epoche, non la verità contrapposta all’errore”, in cui “i confini tra reale e immaginario svaniscono in un gioco inesauribile di interpretazioni”: la “messa in opera della verità” attraverso l’evento artistico significa anche istituzione di mondi possibili, altri rispetto al mondo del qui ed ora. Mi risuonano qui le parole di Pablo Picasso: “l’arte è una menzogna che ci fa avvicinare alla verità”.

Si profila, così, più che una concezione univoca o una teoria estetica unitaria, un’idea di arte come fertile campo di incontro e di dialogo tra discipline diverse, e di esperienza artistica come conoscenza, ri-significazione e possibilità di cambiamento.

Più recentemente, lo studioso di comunicazione e media australiano Philip McIntyre si sofferma sull’aspetto della scelta compiuta dall’artista, concepito come colui che produce delle variazioni entro il sistema di simboli socio-culturali, variazioni che vengono riconosciute come tali dagli intermediari culturali (addetti ai lavori, pubblico, società), sottolineando il carattere di libertà e di vincolo della produzione artistica: una nozione di creatività nei suoi risvolti sociali e contestuali. McIntyre (2008) illustra gli esiti di una ricerca etnografica da lui compiuta negli anni novanta in Australia, che prendeva in considerazione il mondo del cantautorato nella musica pop occidentale. Quello che interessa osservare è che i musicisti in questione non si occupavano semplicemente di comporre e registrare brani, ma si interfacciavano con una rete assai complessa, composta dalla comunità di riferimento dei cantautori (nella componente informale ma anche associativa), dall’industria discografica, dal management  (promozione e marketing, organizzazione di eventi e concerti), dagli altri addetti ai lavori (giornalisti, media, critici musicali), e dal pubblico. Un termine ricorrente utilizzato dallo studioso è quello di “working undestanding” (che si potrebbe tradurre con apprendimento esperienziale), a sottolineare il tipo di conoscenza che il cantautore acquisisce nel momento in cui viene a contatto con il sistema simbolico della micro-cultura tipica del genere musicale (“acculturazione”), e quando si immette nel campo della musica pop (“socializzazione”), in cui sono presenti sistemi diversi in comunicazione tra loro. L’aspetto che a mio parere risulta più interessante è l’interdipendenza tra le variabili considerate (musicista, sistema culturale di riferimento, organizzazione sociale), che suggerisce una concezione di creatività e di produzione artistica ben lontana dal mito greco dell’ispirazione e dalla visione romantica che considera l’arte in contrapposizione alla logica, alla razionalità e al controllo conscio. Si tratta invece di una visione in cui il musicista produce con una azione consapevole (“agency”) delle variazioni – noi diremmo delle “differenze” – nel sistema simbolico socio-culturale della musica pop occidentale (“structure”), variazioni che tuttavia, per essere considerate come autentici contributi artistici, devono essere riconosciute come tali dalla comunità di riferimento (industria discografica, management, critica, pubblico, media, etc.).

Questo aspetto dell’interdipendenza emergerà con ancora maggiore evidenza quando verrà affrontato il discorso della “comunità jazz” (cfr. capitolo 2), e dell’estrema rilevanza – non solo sul piano del riconoscimento sociale, ma anche su quello artistico e creativo – dei processi di acculturazione. Mi viene in mente, a tale proposito, il “genio” del sassofonista Charlie Parker, così come viene raccontato da amici, colleghi e addetti ai lavori: “Traeva ispirazione da tutto. Sapeva trasformare le cose più aride […]. Raccoglieva frammenti e ritagli e li utilizzava […]. Il suo stile di respirazione era il suo modo di pensare. Magari canticchiavi qualcosa sopra pensiero e due minuti dopo te la restituiva così cambiata e sviluppata da essere quasi irriconoscibile”. Fabio Minganti, autore di un saggio sul celebre jazzista, contenuto nel bel romanzo di Julio Cortàzar “Il persecutore” (2003), spiega così il suo agire generativo: “Quella di Parker era ‘arte povera’, estetica dell’objet trouvée. Capacità di vedere musica là dove altri vedono solo rumore, forma là dove altri vedono l’informe, potenziale ricomposizione dove altri vedono detriti e frammenti incoerenti”. Il fatto è che, laddove il pubblico non era ancora pronto a capire e apprezzare (Parker fu, negli anni quaranta, uno dei rivoluzionari della musica jazz, e in quanto tale spesso non compreso o visto con sospetto), c’era comunque una comunità di amici, esperti e colleghi musicisti che riconoscevano il valore dell’estro e delle improvvisazioni del sassofonista. Che lo ‘confermavano’ come innovatore e portatore di un linguaggio inedito.

Un altro esempio molto interessante di agire creativo e di interdipendenza, questa volta tra occidente e terzo mondo, riguarda numerosi gruppi musicali africani, attivi da decenni e “scoperti” solo recentemente dal pubblico mondiale grazie alla diffusione resa possibile da internet e dai new media, nonché all’attività di ricerca – verrebbe da dire “etnomusicologica” – compiuta da piccole etichette indipendenti (poste cioè al di fuori delle grandi distribuzioni e dunque lontane da più cospicui circuiti economici). Si tratta, a mio modo di vedere, di forme virtuose di “colonialismo”, in cui i rapporti di potere sono messi al servizio della visibilità di tali gruppi, che in tal modo “esistono” anche al di fuori dei loro territori e il cui agire creativo si colora di nuove sfumature e significati: in una parola, oltre ad essere riconosciuto come tale (creativo, artistico), esso si modifica entro il rapporto di reciproco scambio con produttori e musicisti occidentali, e cambia grazie alle inedite aree semantiche che si attivano quando nuove categorie musicali, sotto forma di etichette verbali e “tags”, vengono inventate a proposito. Alcuni esempi. I Tinariwen e le decine di band dell’Africa nordoccidentale, che da anni suonano un rock-blues ipnotico, pregno delle suggestioni del deserto e strettamente intrecciato con le vicissitudini del popolo tuareg: la scoperta e la divulgazione di tale musica, che nel suo nascere è stata paradossalmente influenzata dal blues elettrico americano (per ammissione dei membri stessi della band), non solo ha permesso al mondo di conoscere (ed in certa misura inventare) il “tuareg-rock”, ma ha altresì contribuito alla diffusione della dolorosa storia di quel popolo. O ancora: i congolesi Kasai Allstars e Konono N°1, a proposito dei quali è stato coniato il termine “Congotronics”, che è diventato, oltre che il nome di un genere e di una scena musicale, anche una collana di uscite dell’etichetta belga Crammed Discs. Il termine “Congotronics”, inventato fondamentalmente dai produttori e operatori dell’etichetta discografica succitata, rimanda a un’idea di commistione tra ritmi locali (rumba congolese, afro-funk, musica popolare) ed elettronica. Il che non significa che tali collettivi abbiano iniziato a suonare musica elettronica per compiacere il mercato occidentale, ma il semplice riferimento all’idea di elettronica ha fornito una chiave di lettura più accessibile e vicina alla sensibilità estetica e culturale del pubblico extra-africano. Al di là di tali denominazioni, che in qualche modo riempiono con le parole e tentano di spiegare con categorie familiari l’esperienza sensoriale attivata dai “sintomi estetici” di questa bizzarra e fascinosa musica, l’inventività di gruppi come Kasai Allstars e Konono N°1 si rivela nel suono inedito che essi sono in grado di produrre, un suono ottenuto grazie all’utilizzo creativo di materiali da riciclo e oggetti raccolti in discarica, che – accortamente modificati, scomposti e ricomposti in modi diversi – divengono all’occorrenza strumenti percussivi, amplificatori, ‘likembe’ (pianoforti a dita). Una sorta di estetica dell’object trouvée, dove l’oggetto in questione viene scelto non solo per le sue qualità estetiche ma anche per la sua funzionalità e per le cosiddette “affordances”, cioè le caratteristiche della relazione tra tale oggetto (o ambiente) e l’essere umano, che danno la possibilità all’individuo di manipolarlo e di compiere su di esso un’azione (Gibson, 1979; Neisser, 1989). Se vogliamo, possiamo legittimamente parlare, con un uso estensivo della parola, di una affordance ‘socio-economica’: la relazione di tali artisti con un contesto carente sul piano delle risorse materiali (ma indubbiamente ricco sotto molti altri aspetti) ha fatto sì che il non potersi permettere (in inglese “afford”) una strumentazione professionale e più costosa sia paradossalmente diventato un punto di forza che ha esaltato la loro creatività. Senza il suono distorto dei likembe amplificati, costruiti con le lamiere delle discariche di Kinshasa, la musica dei Konono N°1 non sarebbe certamente la stessa. Un’arte, dunque, tutt’altro che “povera”, profondamente radicata nel complesso intreccio relazionale uomo-ambiente. Una questione di “ritmo”, o, come direbbe Bateson, di “codice”, di “stile”: “il codice tramite il quale gli oggetti o le persone (o gli enti soprannaturali) percepiti sono trasformati in legno o in colori [in questo caso diremmo: in suoni] è una sorgente d’informazione sull’artista e la sua cultura” (1967).

Queste suggestioni mi riportano appunto a Gregory Bateson, e in particolare al saggio “Stile, grazia e informazione nell’arte primitiva” [Verso un’ecologia della mente, pag. 167]:

Io sostengo che l’arte è un aspetto della ricerca della grazia da parte dell’uomo: la sua estasi a volte, quando in parte riesce; la sua rabbia e agonia, quando a volte fallisce. Sostengo che vi sono molte specie di grazia […]. Senza dubbio ogni cultura ha la sua specie caratteristica di grazia, cui gli artisti tendono, e la sua particolare specie di insuccesso. […]. Sosterrò la tesi che il problema della grazia è fondamentalmente un problema d’integrazione, e che ciò che si deve integrare sono le diverse parti della mente – in particolare quei molteplici livelli di cui un estremo e detto “coscienza” e l’altro “inconscio”. Perché si possa conseguire la grazia, le ragioni del cuore debbono essere integrate con le ragioni della ragione.

[…] Se l’arte è in qualche modo espressione di qualcosa come la grazia o l’integrazione psichica, allora quando tale espressione riesce, ciò si può ben riconoscere anche attraverso le barriere culturali. [corsivo nell’originale]

L’arte ha, secondo Bateson, insieme al sogno, al gioco, al mito, alla religione, una “natura correttiva” [ibidem, pag. 184]: è un prezioso aiuto alla coscienza, per necessità selettiva e parziale (in grado cioè di accedere soltanto ad una piccola parte della “verità sull’io”), nel riconoscere la natura sistemica della mente. L’arte e l’esperienza estetica rivestono, nel pensiero batesoniano, una positiva funzione nel mantenere la “saggezza”, nel correggere cioè una visione troppo finalistica della vita: si preoccupano, in breve, del rapporto ricorsivo tra livelli consci e inconsci del processo mentale. Si preoccupano, quindi, di relazioni.

Bradford Keeney, antropologo e terapeuta sistemico americano, nella formulazione ed elaborazione del proprio pensiero e della propria prassi clinica, riprende proficuamente il discorso di Bateson, partendo dalla premessa che la finalità cosciente, mirando al conseguimento di obiettivi specifici, non può prendere in considerazione interi contesti ecologici. Si rifà al concetto di saggezza sistemica, declinandola come comprensione estetica (“saggezza estetica”), ovvero una forma di apprezzamento, di meraviglia e di rispetto dei sistemi naturali nella loro complessità e diversità. Ne L’estetica del cambiamento (1983), Keeney propone una “terapia su base estetica”: il terapeuta si preoccupa delle implicazioni ecologiche di una linea d’azione in quanto intessuta di un intero contesto, proprio come – citando il filosofo britannico Robert George Collingwood – l’artista si preoccupa del modo in cui il perseguimento dello scopo viene collegato al contesto di cui è parte. Nel tentativo di evitare qualsiasi tipo di dicotomia tra estetica e pragmatica, Keeney considera l’estetica come una “cornice contestuale per l’azione pratica”. Particolarmente interessante è la nozione di distinzione come atto creativo, che il terapeuta americano trae dalle teorie del matematico George Spencer-Brown: dall’atto creativo primordiale del distinguere, del tracciare confini, del ‘punteggiare’ la realtà, sono possibili infiniti universi. Universi che, necessariamente, includono i loro osservatori (creatori): “la nostra immaginazione creativa è libera di effettuare altre distinzioni”, ricorda Keeney. Mi sovvengono qui le parole del trombettista americano Wynton Marsalis (2009) quando parla dell’esistenza di una creatività innata negli esseri umani, il “dono di creare”. Per il clinico, ciò significa riconoscere il nesso necessario tra osservatore e osservato, che porta a esaminare come l’osservatore partecipa a ciò che osserva: come, cioè, agisce creativamente operando distinzioni e compiendo scelte, preferendo una specifica lettura di una situazione o optando per un determinato intervento. Andando oltre la dicotomia soggettività-oggettività, Keeney propone un’etica dell’osservare:

[…] alla nostra preoccupazione per l’oggettività si sostituisce la preoccupazione per la responsabilità. […] Insomma, le distinzioni che facciamo per conoscere il mondo umano scaturiscono da una base etica, né oggettiva né soggettiva. [ibidem, pag. 94]

[…] abbiamo dunque la responsabilità di contestualizzare le nostre tecniche […]. Per dare un fondamento estetico ai nostri interventi occorre che la tecnica sia adeguatamente accoppiata a ordini più elevati di processo mentale, ossia a livelli mentali inconsci. […] La base estetica per la terapia nasce insomma quando i livelli mentali consci e inconsci forniscono la retroazione auto correttiva. [ibidem, pag. 203]

La ricerca estetica comporta necessariamente una danza ricorsiva tra rigore e immaginazione. […] Occorre contestualizzare la nostra pragmatica con modelli estetici di più ampio respiro. [ibidem, pag. 108]

Ciò che, nel ripercorrere le pagine di Bateson e nel familiarizzare col pensiero di Keeney, ritrovo come degno di nota per il mio discorso è, ancora una volta, la possibilità, se non la necessità, di un dialogo, di una integrazione tra ambiti distinti: arte ed epistemologia sistemica, etica ed estetica, estetica e pragmatica, agire creativo nell’arte e agire generativo nella clinica. Considerandoli, in maniera più proficua, non come domini mutualmente esclusivi o polarità opposte, ma come complementarità cibernetiche, i cui lati sono sì distinti, ma in relazione: si richiamano l’un l’altro in un rapporto di reciproca specificazione, o come direbbe Varela (1976) in “un’embricazione di livelli in cui un termine della coppia emerge dall’altro” (le famose “mani che si disegnano l’un l’altra” di Escher). Come osserva lo stesso Bateson (1979): “Il rigore da solo è la morte per paralisi, ma l’immaginazione da sola è la pazzia”. O ancora, lasciando l’ultima parola al genio letterario di Herman Hesse (1930):

Nell’arte e nell’essere artista stava per Boccadoro la possibilità di una conciliazione dei suoi contrasti più profondi, oppure di una figurazione simbolica splendida e sempre nuova del dissidio della sua natura.

[…]

Questo è ciò che avevano in comune il sogno e l’opera d’arte più perfetta: il mistero. Boccadoro pensava ancora: un mistero è appunto quello che io amo, che io inseguo, che più volte ho veduto balenarmi dinanzi e che, se mi sarà possibile un giorno, vorrei rappresentare da artista e costringere a rivelarsi. […] il suo mistero non sta, come quello di un’altra figura, in questa o quella singolarità, in una particolare pienezza o magrezza, solidità od eleganza, forza o grazia, bensì nell’aver riuniti in sé e pacificati i più grandi contrasti, altrimenti inconciliabili nel mondo: nascita e morte, bontà e crudeltà, vita e annientamento. [Narciso e Boccadoro, ed. Mondadori, 2004]