Lavorare con i figli di genitori separati: alcune osservazioni in merito al processo terapeutico

familyweek2015

Una piccola premessa relativa al setting. Come si può facilmente intuire, non esiste a priori un setting ‘migliore’: la sua adeguatezza deve essere valutata caso per caso, e di volta in volta all’interno di ciascun processo terapeutico, del suo andamento e delle criticità/potenzialità emergenti.

Personalmente, trovo utile lavorare con un’idea di setting flessibile, aspetto che diventa a mio modo di vedere ancor più rilevante con i figli di genitori separati in età scolare (mi riferisco, in questo articolo, alla fascia 6-11 anni): sedute individuali con i bambini, con momenti di osservazione e gioco congiunto genitore-figlio; incontri con entrambi i genitori (laddove ciò sia possibile in termini di conflittualità); eventuali incontri in cui il piccolo venga accompagnato da una figura adulta significativa (uno zio, un nonno, un fratello o sorella maggiore, etc.). Come si può notare, si tratta di un setting necessariamente frammentato: “separato”, o meglio, “doppio” o multiplo, se consideriamo che spesso il figlio o i figli hanno esperienza di case diverse, quella di mamma e quella di papà, hanno due diverse camere da letto, oggetti personali e giochi distribuiti in spazi e luoghi distinti. Ciò può rappresentare, per i bambini, una occasione di apprendimento e sviluppo di risorse in termini di flessibilità a contesti differenti, ma al contempo può essere fonte di ulteriore confusione e disorientamento.

Maurizio Andolfi, neuropsichiatra e psicoterapeuta familiare, sostiene che il bambino, manifestando sintomi di varia natura (da quelli somatici a quelli comportamentali, relativi ad uno specifico contesto o trasversali a più ambiti di vita), si attribuisce l’incarico di colui o colei che “porta” i genitori dal medico o dal terapeuta. Dopo i necessari “test” volti a verificare se possa essere tranquillo nell’affidare i propri genitori al professionista, il bambino generalmente può ritornare al proprio ruolo di bambino: se c’è qualcuno che si occupa di mamma e papà, allora non devo più fare il ‘matto’ (non occorre più che faccia pipì’ a letto, che abbia mal di pancia a scuola, etc.), potremmo esemplificare. Ora, non si sta qui alludendo ad una intenzionalità nei comportamenti sintomatici del piccolo, quanto agli effetti che tali atteggiamenti producono sui genitori e/o sul sistema familiare.

Spesso, tuttavia, la presa in carico dei genitori o di parte del sistema familiare rappresenta soltanto una parte, seppur fondamentale, del processo terapeutico. Il malessere del bambino, che sovente non si esprime con sintomatologie eclatanti (es.: impulsività, aggressività, oppositività, etc.) ma con segnali “sotto traccia”, depressivi, di tristezza e ritiro comportamentale, ha una sua dignità che rende opportuna una presa in carico indipendente da quella dei genitori: uno spazio specificamente dedicato che non faccia sentire il bimbo come problematico ma accolto e visto nel suo dolore, confusione e preoccupazione.

A tale proposito risulta fondamentale la fase di “aggancio” con il minore: il bambino deve poter capire che si può fidare del terapeuta, che il suo spazio con lui/lei non sarà uno di valutazione in termini di bravura o di giudizi come a scuola, che il contesto ha delle sue proprie regole ma che vige un principio di libertà espressiva e comunicativa.

Al di là delle tecniche o delle metodologie utilizzabili nel lavoro clinico con i bambini, che possono variare in funzione dell’età, delle risorse cognitive e comunicative, delle caratteristiche dell’esperienza quotidiana e degli universi immaginari e fantastici di ogni piccolo paziente, ciò che risulta a mio avviso fondamentale sul piano terapeutico è offrire la possibilità al bambino di esprimere tutta la gamma di emozioni, dalla rabbia alla tristezza, dalla nostalgia per un passato che magari ricorda solo a tratti ed è per lo più raccontato/ricostruito dai genitori o da altri familiari, alla gioia mista a malinconia per i momenti trascorsi “dalla mamma” e per quelli passati “dal papà”. La direzione del lavoro, in questo senso, tocca e coinvolge anche i genitori: è importante aiutarli a trovare modalità adeguate di comunicare con i figli, laddove la comunicazione comprende non soltanto, semplicemente, le parole utilizzate e le informazioni date al piccolo, ma anche – e la maggior parte delle volte in maniera ancor più significativa – gesti, contesti, atteggiamenti emotivi.

Ciò può risultare difficile, perché sovente è il genitore stesso ad essere ferito e fragile, ed i complessi processi di sintonizzazione affettiva tra genitore e figlio fanno sì che spesso sia il bambino a corrispondere alle aspettative emotive della madre o del padre, entro un “sistema emotivo” che è in realtà ancor più complesso e che coinvolge numerosi contesti, attori, livelli comunicativi.

Non voglio vederlo malinconico, per questo non gli parlo di come era prima la nostra famiglia”, confida un papà. Ma a chi appartengono quella tristezza, quella malinconia (quei tabù, verrebbe da chiamarli)? In tal senso risulta quanto mai essenziale aiutare i genitori a mettere a fuoco emozioni e bisogni, distinguendo tra i propri e quelli del figlio, in modo che si sentano attrezzati nel sostenere il bambino nell’elaborazione della sua propria ferita e nel ricucire il prima col dopo, il buono con il cattivo, la gioia con la tristezza, la presenza con l’assenza.

I bambini fanno dei “test” agli adulti, delle prove per capire ciò che possono o non possono dire, per ricevere informazioni, per vedere confermate proprie ipotesi o fantasie. Particolarmente rilevanti sono le aperture che i piccoli pazienti offrono, spesso nei termini di brevi frasi o commenti apparentemente casuali: è essenziale, per il terapeuta, mantenere un livello di sintonizzazione emotiva che gli consenta di cogliere, esplorare, valorizzare tali aperture, veri e propri ponti di accesso che i bimbi lanciano in direzione dell’adulto. In tal modo sono loro stessi a comunicare quando sono pronti ad affrontare specifici argomenti, emersi in precedenza in maniera verbale e diretta oppure, più spesso, attraverso il gioco, la metafora, il disegno. Viene a configurarsi, così, un processo terapeutico che è realmente rispettoso dei tempi emotivi di ciascun bambino.

In momenti come questo il piccolo sembra chiedere al terapeuta: “Posso fidarmi di te? Si può parlare di questa cosa che mi preoccupa tanto, che mi fa stare molto male? Cosa succede se ne parliamo? Puoi farti tu portavoce di ciò che penso e provo a mamma e papà? Se ti dico una cosa brutta posso ancora venire a trovarti per giocare insieme?”.

Se non è corretto, da una parte, assecondare il desiderio inconscio del bambino di vedere riunita la propria famiglia e i propri genitori, dall’altra diventa utile, se non necessario, un lavoro di “ricucitura” sul piano psicologico-emotivo: di frammenti di memorie, di un prima con un dopo, del buono e cattivo, della tristezza e della fiducia, della presenza con l’assenza.

A tale proposito può risultare utile sostenere i genitori nel racconto di episodi relativi al bambino o alla famiglia (“Ti ricordi quella volta che …? Lo sai cosa è successo durante la nostra prima vacanza al mare?”, etc.), allo scopo di valorizzare i momenti piacevoli e le esperienze positive, che pure fanno parte anche delle storie familiari più travagliate e costellate di rotture e sofferenze, ed al fine di rassicurare il figlio rispetto alla possibilità di parlare di “come era prima” la sua famiglia, che ciò è permesso, e che non è pericoloso per nessuno.

Il racconto di episodi relativi al “prima” può venire suggerito ai genitori come una sorta di “rituale”, o di buona pratica da mettere in atto ogni qual volta sentano che possa essere utile al figlio, oppure entro un apposito setting di lavoro madre-figlio e padre-figlio: attraverso la costruzione congiunta di fiabe e storie, o avvalendosi di fotografie scelte dal genitore o dal bimbo.

Anche laddove l’esperienza del bambino sia caratterizzata dalla separazione dei genitori come “normalità”, o da ricordi, sovente traumatici, di tensioni e forti conflittualità, diviene fondamentale lavorare nelle direzione di una continuità: psicologica ed emotiva per il bimbo, comunicativa – spesso la parte più faticosa, purtroppo in molti casi non realizzabile in tempi brevi – tra i due genitori.

Concludendo: una delle buone pratiche – non certamente l’unica, ma quella che di recente trovo maggiormente utile nella consulenza e nella terapia con i figli di famiglie separate – è lavorare per aiutare il bambino e i genitori a ricostruire un senso di continuità, pur in una storia familiare frammentata e costituita da dolorosi conflitti e fratture.

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