Hip-hop: un gioco per crescere

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Iniziamo facendo coming out: adoro la musica black in generale, e quindi anche l’hip-hop. Non tutto, diciamo quello più ‘conscious’, ‘consapevole’, che tratta cioè di tematiche sociali e politiche. Premessa necessaria a comprendere come la curiosità che mi ha spinto ad avvicinarmi al libro “Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza” (Carocci, 2015), di Davide Fant (educatore, formatore e rapper) sia stata per prima cosa di natura personale e legata ad una passione che coltivo nel tempo libero. Passione che molto probabilmente ha spinto lo stesso autore a compiere questo interessante lavoro di studio, analisi, ricerca delle radici sociologico-antropologiche del rap (siamo nel brulicante micro-cosmo della New York a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, nei quartieri ghetto di Harlem e Bronx), e di approfondimento – teorico ed esperienziale – delle possibilità educative che questo genere musicale offre (con esempi di intervento attuati in scuole e centri di aggregazione).

Innanzitutto sgombriamo il campo da equivoci e semplificazioni: l’hip-hop è una micro-cultura, che come tale si fonda su valori e pratiche condivise e ben riconoscibili. Non si tratta soltanto di uno stile musicale, ma comprende al proprio interno quattro discipline artistiche, o ‘elementi’: breaking (la danza), DJing (il campionamento e la creazione delle basi musicali), MCing (la scrittura e la performance, talvolta improvvisata, di rime), writing (l’arte dei graffiti). Ciascun ambito viene approfondito ed esaminato con una sottolineatura sugli aspetti trasformativi, che offrono chiavi di lettura positive e strumenti comunicativi e relazionali efficaci: ad esempio, le opportunità di individuazione e auto-narrazione insite nella pratica dello scrivere e improvvisare rime. O ancora, il processo di decostruzione/ricostruzione delle lettere che compongono lo ‘street name’, nome d’arte spesso composto da caratteri di difficile decifrazione e come ‘urlato’ sui muri, sugli spazi pubblici della città, talvolta anche su treni e metropolitane: una sorta di rielaborazione identitaria e di comunicazione, sfrontata e orgogliosa, del proprio modo di essere, cangiante e in movimento.

Il tutto in un contesto di sfida positiva e motivante. Come accade nella danza, il breaking: dalla guerra tra gang alla competizione artistica tra crews, dalle risse all’utilizzo creativo del corpo.

Ora, al di là degli specifici temi trattati e delle numerose opportunità trasformative che l’hip-hop – inteso non soltanto come genere musicale ma come fertile canale espressivo/comunicativo – offre a giovani, adolescenti, e ai loro adulti di riferimento (genitori e familiari, educatori, insegnanti), credo che sia di fondamentale importanza ribadire il meta-messaggio di cui questo lavoro si fa portatore. E cioè la valorizzazione di un linguaggio nato come micro-cultura giovanile e come alternativa, sempre ‘di strada’ e ‘dal basso’, alle condotte sociali devianti e alla guerra tra bande: un caleidoscopico megafono in grado di far risuonare la rabbia, la delusione degli incompresi e degli emarginati, lo smarrimento ma anche l’energia e le risorse di una generazione … anzi, delle giovani generazioni.

Ciò dovrebbe aiutarci a comprendere quanto la duttilità dell’hip-hop come linguaggio capace di dare voce ai giovani sia uno strumento prezioso per costruire ponti di dialogo, offrendo autentici spazi di ascolto, accoglienza e non giudizio.

In quest’ottica risulta utile qualsiasi pratica creativa o linguaggio artistico-espressivo in grado di far parlare ragazzi e ragazze, giovani adulti, adolescenti, pre-adolescenti, laddove in particolare siano i comportamenti auto o etero distruttivi a prevalere, gli agiti, o ancora le saracinesche relazionali ed affettive, i silenzi assordanti.

Qualunque atteggiamento di autentico interesse e apertura nei confronti di ciò che appassiona un Altro è un movimento relazionale ed affettivo nei confronti di questo Altro, il quale si sentirà visto e confermato dal nostro sguardo. E, se questo Altro è un individuo in un percorso di evoluzione e cambiamento, ciò risulterà tanto più importante: uno spiraglio di fiducia e speranza da cui partire, una tenda piantata – alla giusta distanza – da quella, solitaria, del figlio o dello studente.

Lettura piacevole e interessante, consigliata anche ai ‘non addetti ai lavori’. Ovvero a tutti quei genitori, insegnanti, educatori che hanno guardato almeno una volta nella vita un videoclip di Sfera Ebbasta. Ma anche a chi, come me poco tempo fa, non lo conosceva.

Qui sotto invece andiamo con un classico, “An Open Letter to NYC” degli americani Beastie Boys. Buon ascolto e buona lettura.

 

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2 thoughts on “Hip-hop: un gioco per crescere

  1. Molto interessante. Vedrò di approfondire. 🙂

    Nota da maestrina: nel caso usato da te in apertura si dice “fare coming-out” non “fare outing”. Sono proprio due cose diverse.
    Fare coming out significa rendere nota una cosa che ci riguarda fino a quel momento rimasta riservata (l’esempio più classico e anche quello da cui la terminologia è originata: sono gay)

    Fare outing significa: rivelare qualcosa che riguarda qualcun altro a sua insaputa e anche -spesso- contro la sua volontà (Giorgio è gay).

    Scusa… non ho resistito.
    🙂

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