Indeterminazione, controllo e finalità cosciente: sfruttare il “caso” in maniera creativa (1)

[…] agire è un miracolo e ha bisogno che non ci sia di mezzo io in tutto e per tutto. […] Non tutto il nostro passato, ma le sue parti che ci vengono insegnate ci inducono a credere di essere al timone. Riguardo la natura. E che se non è così la natura non significa nulla. Be’, la cosa fantastica della mente umana è che può cambiare le carte in tavola e vedere l’insignificanza come significato definitivo.

– John Cage

 

[…] magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica … Non era forse questo il punto d’arrivo di Ovidio nel raccontare la continuità delle forme, il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose.

– Italo Calvino

 

Riprendiamo 4’33’’: l’opera di Cage consiste nel non suonare alcuno strumento, ogni sua esecuzione lascia essere i suoni nel loro ambiente, nel qui e ora. Il compositore non incanala l’ascoltatore in una direzione prestabilita, con una successione intenzionale di note: lo spartito bianco permette a musicisti e pubblico di porsi in una relazione differente con se stessi e con l’ambiente circostante, consentendo, anzi, a ciascuno una molteplicità di posizioni di ascolto (un po’ come avviene nella “ambient music” di Brian Eno, in cui viene lasciata all’ascoltatore la possibilità di decidere in quale disposizione collocarsi). Un contesto di deutero-apprendimento, potremmo dire, in cui la scoperta non coinvolge soltanto una nuova visione di se stessi e della natura, ma anche la consapevolezza di un possibile “salto” nell’esperienza del mondo, che aiuta a rapportarsi ad esso in maniera rispettosa, riconoscendone la complessità. Rispetto per la complessità, non ricerca affannosa (e forse impossibile) della completezza, di una conoscenza il più fedele possibile della “realtà”. Ancora una volta, le suggestioni di John Cage mi riportano a Gregory Bateson. L’esperienza dei quattro minuti e trentatré secondi di silenzio richiama quel senso di stupore raccontato da Bateson in “Stile, grazia, informazione nell’arte primitiva” (1967), relativo alle pitture delle grotte di Altamira: secondo lui, è come se tali opere interrogassero chi le contempla e gli chiedessero ‘lo sapevi che il mondo si poteva vedere anche in questo modo?’. Ogni volta che un’opera d’arte ci colpisce davvero la risposta è no. Marcelo Pakman – nella videoconferenza “Il poetico in psicoterapia: finalità cosciente, arte e sacro” (16 ottobre 2008, Milano) – parla di una sorta di “interpellazione” dell’opera d’arte: tale interpellazione non accade sempre e a tutti, poiché a suo dire esiste anche il “gusto”, che è costruito socialmente e che per certi aspetti ci prepara ad essere interpellati dall’opera d’arte. Tuttavia, continua, ci sono opere che possono colpirci in modo imprevedibile; in questo caso si ha una vera e propria correzione della finalità cosciente: “questa è l’arte di Bateson” (2008). Riporto le parole di Pakman, la cui trascrizione si può trovare sul blog di Pietro Barbetta (BDF 7.0 Bateson, Deleuze, Foucault – Seminario permanente a cura di Pietro Barbetta): “Gli oggetti estetici quando ci toccano aprono una dimensione che va oltre l’ordine della significazione e si apre al senso. Il senso è ciò che rende possibile il significato, ma non si esaurisce in esso. Il senso è molteplice, è il regno della possibilità; è la possibilità, per esempio anche nel linguaggio o nella terapia, di essere differenti, a differenza del significato che è già stabilito. Quando l’opera d’arte ci chiede se sapevamo che il mondo si poteva anche vedere in un differente modo, nuovo, e la risposta è no, io non lo sapevo, l’io è sopraffatto dall’esperienza, da un’esperienza che eccede la coscienza. Ci possono essere momenti analoghi in terapia, che ci portano fuori dalla mente, che prescindono dalla normalizzazione”.

Grotte di Altamira (Santillana del Mar, Cantabria, Spagna): particolare di un bisonte

Questa dimensione generativa del “senso”, che si dischiude nell’arte e in psicoterapia (e che Pakman definisce “poetica”, 2011), mi fa riconnettere a quanto anticipato nelle pagine precedenti, cioè all’interesse che John Cage iniziò a manifestare dagli anni quaranta per le discipline e le filosofie orientali, in particolare per le pratiche Zen. “Lasciar essere ciò che è” è un adagio in linea con l’approccio Zen: significa portarsi a una condizione di spontaneità, il contrario della strategia, della tecnica di composizione personalistica, della scelta di mettere una certa nota piuttosto che un’altra (Bertagni, 2012). Si esce dalla mentalità duale secondo cui esistono il suono e il silenzio, il bello e il brutto, il piacevole e lo spiacevole: gli opposti crollano. Gianfranco Bertagni spiega che, nella pratica meditativa buddhista, esiste un esercizio molto simile a questa visione, dedicato alla consapevolezza auditiva: ci si espone ai rumori che arrivano all’orecchio e li si ascolta con totale e immersa attenzione, cercando di coglierne tutti gli aspetti, fino a penetrarli il più possibile. E’ un esercizio in cui non c’è più nessuna ricerca, nessuna richiesta, nessuna intenzionalità; è un essere esposti, un aprirsi, un ricevere. In questa luce, il significato del silenzio in Cage diviene la rinuncia a qualsiasi intenzione, la rinuncia alla centralità dell’uomo. Bertagni (ibidem, 2012) chiama in causa i concetti di indeterminazione e di caos: non c’è più qualcuno che determina, l’io, la volontà (lasciar essere ciò che è, darsi al qui e ora, l’abbandono dell’ego di cui parla lo Zen); e poi caos come contrario di cosmos, di un ordine fatto, scelto, voluto, costruito, oppure preferito a qualcos’altro che – per un giudizio dell’io – si  ritiene non ordine. Non caos come confusione, dunque, ma come mancanza di regola, di significato: “La regola è ciò che dice il mentale, il caos è ciò che dice il naturale” (Bertagni, 2012). Tuttavia, non è così semplice: Edgar Morin (2011) sottolinea la necessità di riconsiderare il concetto stesso di complessità, domandandosi “se invece di una complessità non vi siano delle complessità”, e propone di seguire percorsi differenti (che chiama “vie della complessità”). La prima strada riguarda, appunto, l’irriducibilità del “caso”, ingrediente inevitabile di tutto quello che ci appare “disordine”: “non possiamo dimostrare se quello che ci sembra caso non sia invece dovuto alla nostra ignoranza” (ibidem, pag. 26). Dunque, suggerisce Morin, anche la nozione di “caso” risulta alquanto problematica e incerta, poiché non possiamo essere sicuri che il caso sia davvero una casualità o se lo vediamo come tale per la parzialità del nostro punto di osservazione:

Da un lato dobbiamo dunque constatare che il disordine e il caso sono presenti nell’universo, e svolgono un ruolo attivo nella sua evoluzione. D’altro canto non siamo però in grado di risolvere l’incertezza arrecata dalle nozioni di disordine e di caso: lo stesso caso non è sicuro di essere un caso. Questa incertezza rimane, e rimane anche l’incertezza sulla natura dell’incertezza arrecataci dal caso [ibidem, 2011].

Questa lucida osservazione di Morin mi fa venire in mente un passo della lezione americana che Italo Calvino dedica all’Esattezza (1985), in cui, analizzando l’universo leopardiano, mette a confronto le nozioni di infinito e indefinito:

Per quell’edonista infelice che era Leopardi, l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole [Lezioni americane, pagg. 64-65].

Ancora Calvino, nella lezione americana dedicata alla Molteplicità (1985), si chiede: “[…] chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Ciò fa pensare a quanto anche il nostro “self”, il racconto che facciamo di noi stessi e della nostra vita, sia frutto di un continuo lavoro di decostruzione e ricombinazione, un processo in cui si aprono dimensioni di “senso” – quei guizzi che ci colpiscono in maniera imprevedibile e che rimangono ad uno stato ancora vago, poco definito e consapevole, di molteplicità in potenza – e dimensioni di “significato” – che fissano e portano a compimento alcune possibilità, non tutte, colte a livello del senso. Ciò rende ancor più forte il messaggio di Morin: l’incertezza sulla natura dell’incertezza non solo è legata alla nostra posizione di osservatori nei confronti del mondo, ma anche di osservatori nei confronti di noi stessi; riguarda il nostro senso di identità, più simile ad un puzzle di cui non si conosce in anticipo l’immagine definitiva (Bauman, 2003) che non a qualcosa di predeterminato, certo e immutabile.

[continua]

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