Suoni, rumori, silenzio e possibilità di ascolto (1)

Pubblico qui uno stralcio dal mio lavoro di tesi dal titolo “Musica e modello sistemico: alcuni spunti per un dialogo”.

Le note musicali sono solo una semplificazione. Dodici categorie per classificare e conservare tutti i suoni del mondo.

– Vasco Pimentel

Qual è la migliore posizione per l’ascolto? L’angolo in cui sei!

– John Cage

Vasco Pimentel è un nome che probabilmente non desterà alcun segnale di riconoscimento in chi legge. Onestamente, prima di imbattermi nell’articolo di Internazionale a lui dedicato (Internazionale 1070, 26 settembre 2014), nemmeno io avevo idea di cosa aspettarmi da questo nome vagamente esotico. Vasco Pimentel è un cacciatore di suoni che ha messo le proprie orecchie e la sua peculiare sensibilità uditiva al servizio del cinema: è grazie al suo lavoro nel film Apocalypse Now che Francis Ford Coppola ha provveduto a mandare in pensione il termine “fonico” in favore dell’espressione più nobile e adeguata di “direttore del suono” (o “tecnico del suono”). Un personaggio come lui, descritto come preciso, ossessivo e francamente bizzarro (deve munirsi di tappi per le orecchie per uscire di casa e camminare per la strada, pena un acuto senso di fastidio), ha colpito la mia immaginazione per il suo prodigioso talento uditivo, paradossalmente vissuto anche come una maledizione: in un mondo occidentale dominato dal primato della vista, mi appare come un supereroe in grado di captare cose che non vorrebbe, grazie a un udito sensibile a tutti quei suoni e rumori che le persone, per indifferenza o abitudine, non percepiscono più. Quest’ultima capacità di selezione dell’udito, a lungo studiata, è stata definita “effetto cocktail party”: una sorta di propensione a cancellare i rumori di fondo poco interessanti, “abbassando il volume” di ciò che disturba e permettendo all’attenzione di concentrarsi su ciò che desidera (ad esempio, in una stanza gremita di persone che parlano tra di loro, siamo in grado di “disattivare” le voci che non ci attirano e di “sintonizzarci” su una specifica conversazione). Una sorta di “indifferenza percettiva appresa”, di “punteggiatura sonora” che mette al riparo la gente da un sovraccarico di stimoli che creerebbe il caos, con notevoli ricadute sulla funzionalità della memoria e dell’attenzione, e quindi sulla possibilità di orientarsi nella quotidianità: una tendenza percettiva volta a ridurre l’incertezza, che aiuta a muoversi in un mondo il più familiare e ripetitivo possibile. Il fatto che il portoghese Pimentel abbia trascorso un’infanzia immersa nei suoni, figlio di due esperti di archeologia musicale dediti al recupero di strumenti di epoca barocca, cimentandosi insieme ai cinque fratelli in ascolti di certo poco comuni per dei ragazzi, mi fa pensare a quanto le nostre abitudini percettive siano per certi versi socialmente apprese, strettamente intrecciate al nostro contesto di origine e di vita. Nel caso di Pimentel, la sua infanzia vissuta all’insegna di un’attenzione peculiare nei confronti dei suoni e dei rumori della sua Lisbona e della scoperta di musiche ormai dimenticate mi appare come una sorta di deutero-apprendimento che gli ha segnato, nel bene e nel male, l’esistenza: i suoi ricordi, infatti, passano per l’udito, in realtà il primo senso che un bambino impara a usare (come si diceva con Daniel Barenboim nel secondo capitolo, già quattro mesi e mezzo dopo il concepimento i piccoli cominciano ad ascoltare i suoni del mondo esterno dal ventre materno). Lo stesso Pimentel osserva che le persone sono state plasmate per sentirsi a loro agio in mezzo alle ripetizioni: l’imprevedibile inquieta perché toglie sicurezza. Le ripetizioni, nella loro ciclicità, gli appaiono stupide: “Tutti i suoni sono ciclici, ma quello di una macchina ferma è particolarmente stupido. E’ talmente breve che ripete molte volte al secondo lo stesso ciclo. Non c’è mai niente di nuovo, non ci sono sorprese né variazioni. […] Per le persone comuni invece il rumore più insopportabile non è quello più forte, ma il pianto di un neonato […] per colpa del potere che ha l’udito di suscitare la fantasia, i brividi, i ricordi. Il pianto di un neonato ti spinge immediatamente a pensare che è un essere indifeso, sta soffrendo, non può comunicare. Ha bisogno di qualcosa ma non lo capisco, perché il suo linguaggio è un grido allo stato puro”.

La possibilità di sintonizzarci su certi suoni e non su altri, a seconda della loro familiarità, di quanto ci interessano o di quanto colpiscono la nostra immaginazione o il nostro senso di responsabilità, mi rimanda […] alle possibili ricadute di tale discorso sulla pratica psicoterapeutica […].

[…], un aspetto significativo che mi risulta naturale considerare è la differenza tra il sentire e l’ascoltare: se è esperienza condivisa quella di riuscire a “sintonizzarsi”, senza nemmeno sforzi eccessivi, su certi suoni escludendone altri, è pur vero che si tratta di un ascolto selettivo che non fa scomparire i rumori indesiderati, ma li lascia semplicemente sullo sfondo, abbassandone il volume (fintanto che tali rumori non divengono così intensi e tali da soverchiare le nostre capacità comunicative). Come dire: mentre ascoltiamo con attenzione consapevole certe “frequenze”, in realtà continuiamo a sentire tutte le altre, le quali tuttavia rimangono sullo sfondo e non ci disturbano. Come terapeuti, ascoltiamo quel che ci incuriosisce, o che siamo abituati ad ascoltare (cfr. il discorso sulle “punteggiature sonore” nel secondo capitolo), ma anche – come gli adulti descritti da Pimentel, che reagiscono al “grido allo stato puro” di un neonato – tendiamo a farci coinvolgere da ciò che attiva il nostro senso di responsabilità e la nostra preoccupazione. Mi è capitato alle volte, a tirocinio o in alcune terapie familiari seguite a scuola, di assistere a “scene familiari” che occupavano prepotentemente il palcoscenico della relazione terapeutica: ad esempio, dibattiti accesi e ridondanti tra partner, una focalizzazione unanime e talvolta spietata su un figlio “problematico”, una distribuzione di ruoli all’interno della coppia tendente all’estremizzazione di caratteristiche positive e negative, che arrivava a connotare anche le rispettive storie e famiglie d’origine. Simili dinamiche, con la loro forza emotiva e teatralità, avevano l’effetto di portare l’attenzione verso alcune zone, lasciandone in ombra altre e conducendo a un perpetuarsi di alcuni script e premesse familiari, a cui la stessa equipe terapeutica contribuiva colludendo inconsapevolmente, con un reciproco gioco di frustrazioni, senso di impotenza e rabbia. Spesso “il diavolo si nasconde nei dettagli”, in ciò che risulta poco appariscente, infinitamente piccolo, che rimane in ombra (anzi, a ben vedere l’espressione originaria, attribuita a vari personaggi, tra cui lo scrittore Gustave Flaubert e l’architetto Ludwig Mies van der Rohe, vedrebbe Dio in luogo del diavolo …). Mi sono resa conto che in situazioni del genere si è rivelato molto utile domandarsi, come equipe, in che modo e che cosa stavamo contribuendo a mantenere sullo sfondo, con il “volume abbassato”: quali voci, quali storie, quali potenziali contesti sarebbero emersi una volta modificata la nostra propensione all’ascolto e alla sintonizzazione? Tali riflessioni hanno spesso condotto alla consapevolezza che erano proprio le frequenze più “rumorose” e inquietanti a ingaggiare la nostra attenzione, destando ansie e preoccupazioni e dunque impedendoci di vedere o sentire altro, oppure di comunicare quel potenziale “altro” alla famiglia: non era solo il contenuto della “scena” a farci reagire, ma anche e soprattutto il tono, le sfumature emotive e le risonanze affettive che innescava, attivando di volta in volta aspetti “genitoriali” legati al prendersi cura o al senso di responsabilità, aspetti “adolescenziali” connessi alla rabbia, alla frustrazione, alla necessità di opposizione e ribellione, e via dicendo. Gli scatti significativi in tutte queste circostanze sono avvenuti nel momento in cui è stato possibile, per l’equipe, dare voce e riflettere su tali vissuti, attribuendo ad essi un significato entro il sistema terapeutico: affrontando non solo la preoccupazione causata da specifici aspetti e rivolta ad alcuni componenti familiari, ma facendo i conti con il timore stesso dell’equipe di urtare la famiglia e di recare ulteriore sofferenza, sfidando determinate premesse o proponendo un diverso tipo di danza relazionale. Il lavoro autoriflessivo sulle modalità dell’equipe di sintonizzarsi con le frequenze della famiglia ha così portato ad un cambiamento nelle disposizioni all’ascolto, che ha consentito all’equipe medesima di proporre una differente “frequenza sonora”: o almeno, la possibilità di parlare con la famiglia di tali “difficoltà di sintonizzazione”, domandando ad esempio se anche in casa ci fossero frequenze dominanti e altre invece più faticose da captare.

[continua]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...